LA RENDITA FISSA PER BEETHOVEN DELL’ARCIDUCA RODOLFO

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“Pecunia non olet” (il denaro non puzza) scriveva circa duemila anni fa Lucio Anneo Seneca, letterato, filosofo, uomo politico, scrittore, senatore e precettore di Nerone, insomma un personaggio storico che di certe cose se ne intendeva eccome! Era nato a Cordoba, ma aveva conosciuto fama, gloria e ricchezza a Roma, sotto tre imperatori, Caligola, Claudio e Nerone appunto. Pecunia non olet è applicabile, nel senso positivo dell’allocuzione, anche a Ludwig van Beethoven che nel 1809 fu autore di una intelligente operazione di marketing, come si direbbe oggi, in proprio favore. Andò così: Napoleone aveva nominato re di Westfalia il proprio fratello, Gerolamo Bonaparte, il quale, per dare maggior lustro al regno, aveva offerto a Beethoven la possibilità di trasferirsi alla sua corte con un compenso di 3400 fiorini l’anno. La cosa era finanziariamente invitante, ma il compositore preferiva Vienna che era all’epoca la capitale indiscussa della musica in Europa. L’altra intelligente considerazione di Beethoven fu su quanto fosse durato il dominio napoleonico, visto che la Francia si era inimicata tutto il resto d’Europa. E qui la mossa scaltra del compositore: ne parlò con gli amici, facendo circolare la voce del suo possibile trasferimento in Westfalia negli ambienti molto vicini alla corte imperiale austriaca e gli effetti non tardarono a manifestarsi: l’arciduca Rodolfo in persona, già allievo e mecenate di Beethoven, si fece promotore dell’iniziativa finanziaria per assicurare al compositore una rendita fissa, impegnandosi con 1500 fiorini l’anno; subito dopo lo seguirono il principe Lobkowitz con 700 e il principe Kinsky con 1800, per un totale di 4000 fiorini annui, ben oltre le aspettative del compositore. Non solo, ma gli vennero anche garantite una pensione di vecchiaia e un’assicurazione contro le malattie. Soldi spesi bene per tenersi il grande genio della musica, proprio in base al principio secondo il quale pecunia non olet.

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