L‘ESILIO IN AMERICA DI BÉLA BARTÓK

BÉLA BARTÓK
BÉLA BARTÓK

Un forte oppositore del nazifascismo fu Béla Bartók che aveva avvertito con largo anticipo il pericolo dell’annullamento dei liberi valori artistici in Europa. Quando nel 1936 Göbbels, ministro degli esteri della Germania nazista, fece organizzare un’esposizione di “musica degenerata”, includendovi pezzi di Schönberg, Stravinsky e Milhaud, Bartók scrisse al ministro chiedendo che anche le sue opere fossero inserite nella lista per solidarietà con i colleghi, ma rimase solo una provocazione. Sempre per avversione al regime proibì alla madre e alla zia di esprimersi in tedesco “se non quando sia assolutamente obbligatorio”.
Nel 1938 pensò perfino di convertirsi all’ebraismo per essere a fianco dei perseguitati. Avvertì il dramma che trascinerà poi l’Europa nel baratro e vietò per protesta che i titoli delle sue opere fossero tradotti in tedesco. Al precipitare degli eventi, nell’aprile del 1940 scelse l’unica strada che ancora gli consentiva la libertà di esprimersi, di esibirsi e di comporre: l’esilio volontario con la moglie negli Stati Uniti. C’era già stato nel 1927, ma le condizioni erano diverse; ora, a 59 anni, la vita di New York gli sembrava troppo frenetica e le distanze per dare concerti esageratamente grandi. La sua musica aveva un successo limitato, visto che l’interesse verteva quasi esclusivamente sui negro spirituals e su Gershwin, allora al culmine del successo. Neppure la laurea honoris causa della Columbia University lenì il suo stato di profonda malinconia e scrisse al figlio: “…come ci sentiamo soli, pensiamo alle serate di altri tempi”. Gli è riconosciuto il grande talento di compositore e pianista ed accetta di dare lezioni private, ma ad un allievo che gli chiede come si impara a comporre risponde: “la composizione non si impara. Studiate i grandi maestri e imparate da loro. Sviluppate la vostra autocritica”. Inconsapevolmente aveva enunciato il principio che divenne più tardi proprio in America una delle basi della psicologia comportamentale, la cosa più difficile per tutti noi: mettere in discussione sé stessi.

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