Un paio di capponi per un nuovo mottetto

Storia_novembre

Le fonti documentarie del Settecento musicale lucchese non parlano solo di partiture ed esecuzioni, di cantorie e palcoscenici. Ci siamo già soffermati sui diari professionali dei primi Puccini e del contrabbassista Baldotti. Ebbene, essi illustrano anche modi di vita, consuetudini sociali, aspetti ambientali ed economici, costumi del tempo; al punto da proporsi come fonti primarie anche per questi oggetti di ricerca extra-musicale.

Vogliamo qui evidenziare una di queste antiche consuetudini: quella di compensare assai spesso il musicista, come molte altre categorie di prestatori d’opera, parte in denaro e parte ‘in natura’. Un tale metodo era praticato anzitutto dagli enti religiosi, per la modesta liquidità di cui solitamente essi disponevano, e si applicava a quei servigi che esulavano dagli impieghi fissi: la maggior parte, a Lucca come in altre città, data la scarsità di istituzioni stabili e la necessità di ordinare la musica di volta in volta. Anche gli stipendi potevano essere corrisposti in natura. L’organista della cattedrale di S. Martino, per esempio, percepiva dall’Opera di S. Croce (la fabbriceria) 150 staia di grano all’anno, quale retribuzione contrattuale. Ma a Lucca, come detto, si lavorava per lo più sul libero mercato cittadino e il pagamento in natura, ove previsto, era debitamente calcolato in modo da formare con un tot di denaro un emolumento proporzionato alla prestazione.

Duomo di San Martino

Duomo di San Martino

Le prestazioni da compensare erano: da parte dei maestri, l’organizzazione e la direzione dei servizi liturgici e in casi particolari la fornitura di nuove partiture a uso di terzi; da parte dei musici, il suonare o il cantare e, talvolta, l’assistenza al maestro nei servizi più complessi. Esisteva una differenziazione tra maestro-compositore e musici esecutori. Al primo, in diretto contatto con la committenza, era riservato un trattamento molto variabile e ovviamente più importante: assieme alla ‘cartuccia’ del valsente egli poteva ricevere manufatti di vario tipo e soprattutto generi alimentari, a seconda degli usi del committente. A S. Giovannetto, in occasione di un Sabato Santo, Giacomo Puccini ‘senior’ riceve per mano della Servente di Regalo il solito Capretto e n° 25 Coppie d’ova, e di più per le Composizioni fatte per il Concerto cioè di n° 3 Mottetti Pieni per le 40 Ore, ed un Te Deum Pieno. Per le funzioni di S. Giacinto, in gennaio, le suore di S. Domenico danno in denaro £ 9,12, e di regalo un paro di Capponi e 4 Fiaschi di Vino due bianco, e due nero. E ancora dalla Signora Parenzi Monaca in S. Domenico, per averle io composto un Te Deum Spezzato col Organo mandato di Regalo una Cuffietta per la Signora Angela mia Consorte, ricamata ad ultima moda.

2) fiasco di vino rosso

 

Ai musici toccavano invece i rinfreschi consumati sul posto prima e/o dopo l’esecuzione; l’offerta era assai abituale da parte degli ordini regolari di qualunque specie, monastici e conventuali. Furono i Musici trattati di Cioccolata al loro arrivo, ed avanti di partire di rinfresco di sorbetti dai padri lateranensi di Fregionaia per una festa del loro legislatore, S. Agostino. Sintetica e singolare la descrizione data da Baldotti della festa di S. Nicola dell’83: Messa, Panegirico e Panini al solito. La presenza delle vivande s’insinua nella descrizione dei servizi liturgici finendo per assomigliare a un connotato tecnico: Messa a Cappella con Cioccolata e Vespro parimente a Cappella … con Gramolata. Sebbene classificato tra gli ‘incerti’ e presentato a modo di gratifica, il pagamento in natura, compresa una semplice refezione, era strutturale nello svolgimento della professione musicale. Tutto ciò è tipico dell’economia di sussistenza del mondo pre-industriale.

FELICE BOSELLI Dispensa con selvaggina

FELICE BOSELLI Dispensa con selvaggina

 

Notiamo quindi come i diaristi-musicisti siano estremamente attenti alla consistenza e qualità del cibo e delle bevande, che annotano con estrema precisione, talvolta con acribia. Le velande di S. Giustina mandano al maestro un Piatto di n° 18 Barchiglie; altro Piatto simile fra Pappareale Moscardini Castagnette Spumiglie ed altro; 4 Para di Pollastri; e 4 Fiaschi di Vino due bianchi, e due neri; ove i ‘moscardini’ non sono un’intrusione di molluschi in mezzo ai dolciumi ma pasticche per profumare l’alito, di origine francese. Il fatto può assumere naturalmente un gustoso spessore aneddotico. Nota parimente che questo è il secondo Anno nel quale i Padri di S. Maria Cortelandini non danno la solita Merenda dopo Vespro a’ Musici, ma soltanto Pane, Vino bianco, e nero buonissimi con Affettato, Mellone, e Finocchio, mancando alla solita Merenda il Quarto di Sfogliata, il Piatto di Dolci, ed il Piatto di Frutti, consistenti in una Pigna d’Uva, Pera, e Nocelle.

S. Maria Corteorlandini

S. Maria Corteorlandini

 

Né va trascurato il contributo che se ne può ricavare per la storia della gastronomia. (L’importanza di queste storie parallele e materiali è stata ormai dimostrata dalla più aggiornata storiografia.) Chi avesse curiosità di sapere cosa fosse il ‘portogallo carapignato’ che deliziava Baldotti consulti Il cuciniere moderno di Pietro Santi Puppo, cuoco del Palazzo degli Anziani di Lucca e antesignano della moderna manualistica culinaria.

Articolo pubblicato su LuccaMusica cartaceo nell’ottobre 2003

Potrebbe anche interessarti...