A colloquio con….Alessandro Solbiati

Alessandro Solbiati

 

Felice di essere stato nella città di Puccini?

Strafelice! Lucca è la città di Puccini, è vero, ma per me è anche la città dalle mille chiese meravigliose, le cui facciate sono del tutto inconfondibili, dalla cerchia di mura che è vero centro di vita (le percorsi tutte con mia moglie in bicicletta, pochissimi anni fa), dalle piazze, dai palazzi, dalle torri che mi fanno felice di essere italiano…

A proposito di Puccini cosa pensi dell’opera lirica?

Ho un’attrazione fortissima per il teatro, per la visualizzazione, la proiezione sulla scena delle nostre energie e vicende interiori ed esteriori (in fondo sono sempre legato alla teoria aristotelica del teatro come catarsi, come liberazione dai nostri fantasmi), penso che la musica possa da sempre far dire al teatro ciò che la sola parola non può dire; penso che l’opera lirica come genere sette-ottocentesco sia una delle forme possibili di teatro musicale, una forma che ha permesso la nascita, soprattutto in Italia, di capolavori  che sono capisaldi dell’arte e della cultura umana. Penso che la musica d’oggi possa sposarsi meravigliosamente con la scena, ma che non debba per forza inseguire le forme  del passato. Sono viceversa piuttosto critico sul “fenomeno” opera lirica, per il quale i teatri in italia assorbono una percentuale troppo alta dei fondi destinati alla musica, spesso senza essere in grado di ridurre i costi mediante coproduzioni o produzioni meno faraoniche, e altrettanto spesso riproponendo una programmazione trita, volta a un favore di pubblico tutto da dimostrare. Essi dovrebbero proporre anche titoli recenti o nuovi, commissionare di più, cercare titoli storici meno frequentati, mescolandoli poi con quelli più noti: forse il pubblico desidera anche questo.

Si possono quindi incoraggiare le nuove leve a scrivere nuove opere liriche ?

Certamente! Lo si deve assolutamente fare! E In parte sta succedendo: la generazione precedente alla mia, quella delle Avanguardie del secondo Dopoguerra, ha fatto pochissimo teatro musicale, non credeva più in esso (salvo Luciano Berio e pochi altri), la mia generazione ha ripreso confidenza e la nuova è molto attratta dal teatro musicale. Tra l’altro la musica nuova ha riconquistato territori di fascino sonoro che si adattano benissimo alla scena

A proposito di giovani compositori tu hai iniziato alla bella età di tredici anni!

La cosa più interessante è che fin da bambino l’attrazione per la musica, in una famiglia che non era particolarmente musicale, si manifestava in me in forma creativa: non mi interessava “riprodurre la musica degli altri”; avendo un piccolo organo elettrico inizio anni’60, cercavo da subito…i suoni che piacevano a me, i “miei” suoni. Così verso gli undici anni, mentre da un lato, per motivi in parte misteriosi anche a me, mi rifiutavo caparbiamente di studiare musica, dall’altra ho incominciato a “comporre” (senza poterli scrivere) pezzi su pezzi, decine e decine, orecchiando evidentemente le musiche che sentivo, per lo più classiche, fino a comporre una colonna sonora di ben 50’, a tredici anni, che suonavo ogni sera io stesso su un organo elettrico (incominciando con un cluster…), visto che non potevo né sapevo scriverla. A quel punto ho accettato di studiare musica, ma è interessante e ironico notare che pochi anni dopo la “regolarizzazione” degli studi pianistici ha in qualche modo neutralizzato le tensioni creative, e dai diciassette ai vent’anni non ho più composto.

Poi il grande incontro con Franco Donatoni

Entrato in Conservatorio e giunto al VII anno di pianoforte, i soli studi pianistici mi stavano stretti: volevo comporre. Per mia grande fortuna mio compagno di classe di pianoforte era Luca Mosca, oggi affermato compositore e allora allievo di Franco Donatoni, che in modo assiomatico e senza scampo, mi disse “se vuoi scrivere, devi venire da Donatoni”. Così feci ed iniziò un rapporto di grande, indimenticabile profondità, non tanto fatto di precise lezioni sulle tecniche (preferivo assorbire le sue tecniche vedendo le lezioni che faceva agli altri allievi), quanto di riflessione sul comporre, sulla “religiosità” dell’atto compositivo stesso, cui bisogna dedicare senza compromessi ogni energia interiore. Il rapporto con Franco, molto al di là del Conservatorio e dell’Accademia Chigiana, è continuato fino alla sua morte: non posso dimenticare di aver scritto per lui, dietro sue istruzioni, quando non poteva più scrivere autonomamente, la parte di coro di uno dei suoi ultimi brani, né di avere organizzato per lui un particolare rito funebre nel Chiostro del Conservatorio di Milano, in un giorno del tutto deserto della metà agosto 2000.

Mi ha colpito il confronto che hai fatto nell’Oratorio di S. Giuseppe di Lucca tra Brahms e Leoncavallo

Leoncavallo l’ho preso come capro espiatorio…  Io penso che la grande musica, da sempre e per sempre, sia quella che permette molti livelli di lettura e di ascolto, quello più immediato, catturato da una bellezza melodica o armonica, e quelli che ci fanno penetrare in una complessità vertiginosa che però non annulla il primo livello. Quando si ascolta un bel “temone” dell’opera verista, si può essere anche conquistati, ma quasi sempre ci si accorge che non si ha voglia di un secondo ascolto, perché si ha la sensazione che tutto sia troppo esplicito e che quindi si sia già “capito tutto”. Quando si ascolta una Sinfonia di Brahms, invece, capita di essere immediatamente commossi dalla bellezza sublime di un tema, ma si intuisce che dietro quel tema vi sono complessità motiviche, armoniche, contrappuntistiche e formali tali da aver voglia di addentrarsi di più e molte volte in quella meravigliosa foresta sonora, proprio perché…si può sempre andare più in là, nell’ “amicizia” con quel brano!

Un piacevole accostamento: suoni e colori

Quando si parla di musica, si usano spessissimo metafore visive: forma, figura, abbellimento. Spesso i musicisti, in modo un po’ “slang”, chiamano le dinamiche (cioè il piano e il forte) proprio “colori”. Significa che le analogie sensoriali esistono. La mia ultima opera, peraltro, è ispirata da una composizione scenica di Kandinskij, e si intitola proprio “Il suono giallo”. Quindi…

Sei noto, in campo didattico, per avere un sensibile rapporto con i tuoi allievi

Se si osserva bene nella storia, ci si accorge che quasi tutti i compositori, piccoli o grandi, all’attività compositiva ne hanno accostato un’altra, e non per forza per puro sostentamento. Il comporre è un’attività fortemente “introiettata”, si dialoga con se stessi e quindi si ha bisogno di qualcosa che ci proietti fuori di noi: c’è chi suona, chi dirige, chi è direttore artistico, chi fa il critico…per me l’attività che nutre in reciproco scambio il mio stesso comporre è l’insegnamento, cioè collaborare con i giovani affinché imparino a dar forma alle proprie energie creative attraverso la musica, in modo cosciente e profondo. Si impara tanto, dai più giovani; non vi sono due allievi ai quali si possano dire le stesse cose nello stesso modo, perché ogni persona è originale e irripetibile, e dovendo dire le cose in modo sempre diverso, le riscopriamo ogni giorno dentro di noi. Come dimenticare la frase che Schoenberg mette all’attacco del suo grande Manuale di Armonia? “Questo libro l’ho imparato dai miei allievi”…io da loro imparo la mia musica.

Hai mai avuto paura dell’ignoto quando ti metti a comporre un nuovo brano?

No, non ho mai angosce, di fronte alla pagina bianca. Ho un’immensa voglia di incominciare, sebbene io sappia che non si deve avere fretta, che bisogna attendere che le idee prendano forma, che trovino la loro tecniche e la loro modalità. Quando sono davanti a un luogo che non conosco, non ho mai timore: ho il desiderio impaziente e “affamato” di conoscerlo. E ogni pezzo che si scrive è un luogo prima ignoto di noi.

 

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