Un tempo non perduto

Caffè Di Simo

Continuiamo con l’omaggio che la redazione di LuccaMusica rende al caro amico Riccardo Ambrosini nel decennale della  sua scomparsa,  stimato glottologo e linguista di fama internazionale, che collaborò in passato con la rivista.

 Il Direttore Francesco Cipriano

 

Ricordi incancellabili di anni difficili relativi alla vita culturale lucchese del dopoguerra

Nel dopoguerra, quando molti non sapevano come sostenersi tra le difficoltà economiche e il generale fermento di idee, sentimenti e risentimenti, Lucca seppe tener dignitosamente presenti le proprie tradizioni e i propri impegni culturali, anche innovando con istituzioni quali il circolo culturale  Renato Serra, che teneva le sue riunioni nella saletta del caffè Di Simo.

Lo componevano personalità di altissimo livello, come Enrico Pea, Carlo Lodovico Raggianti, Eugenio Luporini e Felice del Beccaro, che ne era il presidente.

 

Enrico Pea

Enrico Pea

 

Nel gruppo non poteva mancare, come rappresentante della musica, il Maestro Sebastiano Caltabiano, notissimo compositore e direttore dell’Istituto Musicale Luigi Boccherini.

Se nell’àmbito del circolo Serra era possibile allora, nonostante le difficoltà del momento, udire le conferenze del francesista Carlo Pellegrini e del filologo Giorgio Pasquali (che intrattenne il pubblico con una tanto gradevole quanto seria chiacchierata dal titolo “Signori e signore”, rimasta inedita e non accolta tra le sue “Pagine stravaganti”), l’attività pubblica del “Boccherini” destava l’attenzione del pubblico con concerti aperti al pubblico e tenuti sia da docenti e allievi dell’Istituto sia  da artisti chiamati dalla Direzione per la loro fama, come il pianista Carlo Vidusso che con maestria eseguì, tra l’altro, la versione pianistica di Ferruccio Busoni della Toccata e fuga in re minore di Bach.

 

Carlo Vidusso

Carlo Vidusso

 

I due filoni artistici, ai quali si associava una pur  non minore attenzione per la pittura in mostre personali e collettive di pittori lucchesi, si fondevano in occasione delle gite culturali organizzate dal circolo Serra, dirette soprattutto a Firenze, per assistere a spettacoli musicali al Comunale (come al Lohengrin, con Boris Christof) e al giardino di Boboli, nel cui laghetto furono rappresentati l’Oberon di Weber e la Tempesta di Shakespeare. Significative erano anche le riunioni nelle quali si ascoltavano da un LP serie di composizioni orchestrali e solistiche, inaccessibili a privati in tempi in cui l’HF non c’era. In quel clima nacque, fondato da Carlo Barsotti, il Circolo del cinema.

Verso la metà degli anni ’50 di Caltabiano fu eseguita al Giglio “La figlia di Jefte”, il cui successo non fu affatto oscurato dall’ accoppiamento al “Cavaliere della rosa” di Richard Strauss, egualmente apprezzato dal pubblico – e da me che, nonostante la mia non florida economia, mi procurai il biglietto per entrambe le rappresentazioni delle opere. In particolare  la rappresentazione dell’atto unico di Caltabiano anticipava, in quegli anni, quelle di un decennio successive alla Scala con regia di Luigi Rognoni e bozzetti di Lucio Fontana, di atti unici quali il “Job” di Dallapiccola, il “Don Chisciotte” di Ghedini e “La mano felice” di Schönberg.

 

Arnold Schoenberg

Arnold Schoenberg

 

Ma la parte più significativa delle manifestazioni musicali si svolgeva proprio nell’Istituto Musicale, in piazza San Ponziano. Ciò che particolarmente colpiva – almeno me che, pertanto, mi ci trovavo benissimo –  era la presenza di giovani che dimostrava la continuità di una tradizione, ovviamente interrotta negli anni più tragici della guerra. E, dal punto di vista teatrale, non posso dimenticare la figura di un appassionato e competente personaggio, Ferdinando (o Nando) Guarnieri, che ebbe l’audacia di rappresentare al Giglio, nel giugno 1950, i Persiani di Eschilo: gli sono grato di avermi coinvolto sia per una (inedita) traduzione ad hoc sia nella collaborazione alla regia e nella composizione della pochissima musica:  alla tragedia parteciparono, come coreuta, Mario Bertolani e, nella parte dell’ombra di Dario,  Piero Sebastiani. Sono lieto che un’ associazione ne ricordi l’amore per il teatro e, personalmente, di aver collaborato con lui in letture nel ridotto del Giglio alla metà degli anni ‘50 di una commedia come “Thè e simpatia” (allora una pièce recitata da compagnie di grido) e di una elaborazione della storia della dama di Efeso, dal suo originale latino (che tradussi per l’occasione) al rifacimento di Giraudou.

Teatro del Giglio

Teatro del Giglio

Teatro del Giglio (ridotto)

Teatro del Giglio (ridotto)

 

A circa cinquant’anni di distanza fa piacere ricordare un’epoca in cui le esigenze del pubblico erano ben minori di quelle attuali, anche se questo non era sempre numeroso, come durante la recita di Memo Benassi di tre monologhi di Cechov, particolarmente felice, nonostante la sala gelida, in quello “Fa male il tabacco” e nel bis, quando concesse la lettura della poesia “Tutti i figli di Dio hanno le ali”. Ma ricordo di aver visto, ancor prima degli anni ’50, il giovane e agilissimo Vittorio Gassmann nella commedia à la page “Sono tutti miei figli” e la altrettanto giovane Anna Guarnieri nella “Piccola città”di Thornton Wilder.

Erano tempi in cui, in Fillungo, una foto di Ettore Cortopassi mostrava il volto del liutista Italo (o Titta) Meschi, tanto nobile e affascinante da venir chiamato “Cristo”. Quella non era, certamente, l’epoca dei consumi, ma di proposte pur modeste ma sempre disinteressate, sentite e stimolanti.

 

Italo (Titta) Meschi

Italo (Titta) Meschi

  

 

            Articolo pubblicato su  LuccaMusica cartaceo nel febbraio del 2004

 

 

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