GORO E YAMADORI

Madama-Butterfly 2

Proseguiamo con l’analisi dei personaggi di Madama Butterfly da parte del musicologo Michele Bianchi

 Goro è il nakodo, ossia il mediatore matrimoniale che, per parcella («sol cento yen»), fa conoscere stranieri e donne locali. E’ lui che ha determinato il fatale incontro fra Butterfly e Pinkerton e predisposto il loro matrimonio ‘temporaneo’. E’ molto professionale («Gran perla di sensale», lo definirà Pinkerton): all’inizio dell’opera illustra le caratteristiche di un’abitazione giapponese allo sconcertato americano, e gli presenta la servitù. Ma non è invadente: quando giunge il console non disturba la conversazione fra lui ed il marinaio. Non si astiene comunque dal proporre al primo un’unione ‘di convenienza’: «Se Vostra Grazia mi comanda | ce n’ho un assortimento».

 

Costume di Goro

Costume di Goro

Presenta «L’imperial Commissario, l’Ufficiale | del registro, i congiunti», ed a fa tacere il baccano procurato dai parenti di Butterfly, Yakusidé in testa. E’ dunque un ottimo professionista, che segue attentamente tutta la cerimonia perché non si presentino spiacevoli intoppi. Non può dunque non dirsi «infastidito dalla venuta del bonzo», che manda ‘in frantumi’ la sua meticolosa orchestrazione.

Lo ritroviamo così nel secondo atto ad accompagnare Yamadori da Butterfly. Le fa presente la norma contrattuale, tutta giapponese, che «… per la moglie, l’abbandono | al divorzio equiparò», ma Butterfly controbatte infantilmente con i codicilli della legge del ‘suo’ paese, gli Stati Uniti. Più tardi rischia la coltellata da Butterfly, perché «dicevo solo che là in America | quando un figlio è nato maledetto | (avvicinandosi al bambino e indicandolo) (Butterfly istintivamente si mette innanzi al bambino, come per difenderlo) trarrà sempre reietto | la vita fra le genti!». In Long è Yamadori ad argomentare questa antipatica questione, gonfiata ‘ad arte’:

Madama Butterfly e il bambino (Verona 2017)

Madama Butterfly e il bambino (Verona 2017)

 

Yamadori si pose a guardare il soffitto e continuò: “I marinai non fanno alcuna differenza. In nessun paese del mondo i bambini son considerati così seriamente come qui. In America certe volte non vengono riconosciuti fin dal primo momento: vengono messi in un paniere, e poi il paniere col bimbo dentro vien messo per terra davanti alla porta di casa del primo capitato. Ma questi non lo vuol ricevere; e il bimbo allora viene allevato per conto del Municipio, come se fosse un orfano. L’essere uno di tali bimbi costituisce una vergogna. Per occuparsi di essi vi sono in ogni città delle grandi case e molti impiegati. Formano una classe di gente, che tutti vedono di mal occhio; e non è loro permesso di salire oltre la loro condizione primitiva”. Il nakodo buttò al suo cliente un’occhiata dubitativa. Secondo lui fare qualche bugia per vincere il punto era lecito, ma farne troppe equivaleva invece a perderlo.

Madama Butterfly in un'illustrazione di Leopoldo Metlicovitz

Madama Butterfly in un’illustrazione di Leopoldo Metlicovitz

Che significato riveste quanto cinicamente espresso da Goro? Si riferisce al destino giapponese, che pure dovrebbe essere conosciuto senza richiamarsi ad estranei? Oppure Goro ritiene già che il destino di Dolore sarà quello di emigrare in America? In questo caso chi e perché può aver suggerito ciò a Goro? Forse qualcuno (il console?) che aveva interesse ad iniziare una pressione psicologica su Butterfly perché ella entrasse nell’ordine di idee che il bambino doveva abbandonare la madre e vivere agiatamente presso il padre americano.

 

Il principe Yamadori non è il personaggio malizioso e smaliziato tratteggiato da Long, ma non è neppure il subdolo dandy di Belasco. E’ un personaggio assolutamente dignitoso, che, impotente, sembra comprendere appieno il dramma vissuto da Butterfly. Il suo brevissimo intervento in scena è contrassegnato da grande laconicità, e di lui parlano altri. Nella prima versione scaligera, Goro ricorda a Butterfly che Yamadori possiede «ville, servi, oro, ad Omara | un palazzo principesco», cui l’ostinata Butterfly replica: «Già legata è la mia fede». La didascalia della versione corrente lo definisce addirittura ‘disperato’ per la cecità della protagonista.

Costume del Principe Yamadori

Costume del Principe Yamadori

 

Nel momento in cui, al pari di Goro, viene considerato «persona molesta» da Butterfly, egli «si alza per andarsene», e, «sospirando», dice: «Addio. Vi lascio il cuor pien di cordoglio: | ma spero ancor». Lei replica strafottente con un «padrone», che non impedisce al principe di soffocare ancora una volta il suo orgoglio, gettandole l’ultimo ‘salvagente’: «Ah! Se voleste». Butterfly sarcasticamente risponde: «Il guaio è che non voglio…». Tutta la scena con Yamadori è contrassegnata dai risolini della geisha, che sbeffeggia impunemente il suo sincero spasimante. Che, come si è già visto, è l’unico personaggio a conoscere bene sia la tradizione giapponese sia la civiltà americana. Dunque l’unico degno di considerazione, nella sua aristocratica ritrosia.

Il comportamento irridente di Butterfly è straziante, ma sintomatico del suo grado di chiusura al buon senso, alla logica ed alla prassi corrente del matrimonio temporaneo ‘alla giapponese’. La fugace apparizione di Yamadori è estremamente toccante, e, pur nel suo tono colloquiale, il suo «Addio» è frase memorabile al pari di quell’aria che Puccini non gli ha dedicato.

 

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