Trittico’: della morte di un morto

Trittico

Sospendiamo temporaneamente l’analisi dei personaggi di Madama Butterfly, da parte del musicologo Michele Bianchi, pubblicando una sua riflessione sul Trittico, dopo la messa in scena al Teatro del Giglio di Suor Angelica e Gianni Schicchi  lo scorso 19 e 21 ottobre.

 Guido Marotti, intimo amico di Puccini, ricorda come si giunse ad intitolare Trittico opere in un atto quali Il tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi. Nel Giacomo Puccini intimo leggiamo:

«Quale parola sintetizzatrice si potrebbe dare a queste tre opere?» ci chiese una volta il maestro…  Non ricordo con precisione chi fosse presente quella sera, certo Giovacchino Forzano che, allora, lavorava con Puccini al Gianni Schicchi e alla Suor Angelica, e c’erano anche Cecco Fanelli e Ferruccio Pagni […].  E a poco a poco venne fuori una filastrocca di cose inverosimili, fra lo sciaradesco e il futurista. […]. E via di questo passo, fino a ‘trinità’ (religioso, ma non troppo), ‘tritono’ (armonistico- elementare), ‘trisulco’ (pedestre anzi che no), ‘trittico’ (pittorico)… «Trittico!…» «Ma trittico…» disse uno « ..vuol dire…» continuò un altro. «…tre facce…» aggiunse un terzo. «che si piegano…» completò un quarto. La discussione si accese vivacissima; fummo tutti d’accordo sull’improprietà della parola; non di meno stabilimmo, in barba alla Crusca e alla … farina, di battezzare le tre opere Il trittico.

Immagine di Giacomo Puccini nel 1919

Immagine di Giacomo Puccini nel 1919

L’inadeguatezza del titolo viene affermata dallo stesso Puccini, il quale, in una lettera all’amico Riccardo Schnabl datata 26 novembre 1919, così scrive: «Sono contento che l’insieme del cosiddetto abusivamente e impropriamente, Trittico non ti sia dispiaciuto».

Caratteristica del trittico è la suddivisione del dipinto o del rilievo in tre parti per mezzo di ampie cornici lignee. Omogeneo dal punto di vista stilistico, l’accostamento non presenta un filo narrativo, ma è realizzato in base a considerazioni non immediatamente comprensibili, regolate solamente dal grande significato religioso dei personaggi rappresentati. Denotando un insieme apparentemente poco organico dal punto di vista tematico, il termine ‘trittico’ dato al capolavoro pucciniano, si direbbe dunque piuttosto azzeccato.

Andrea Della Corte contestò subito questa denominazione per l’assenza di unità e di un qualsiasi legame fra i tre atti unici: Mosco Carner concorda sostanzialmente con la conclusione del Della Corte, anche se ravvisa un’analogia, peraltro riconosciuta decisamente vaga anche da Carner stesso, con la tripartizione della Divina Commedia. Tentando, in modo non molto convincente, di afferrare l’unitarietà del Trittico, Rubens Tedeschi afferma invece che  « [Le tre opere] finiscono per trovare un denominatore comune nel bozzetto di mezzo carattere, nonostante lo sforzo pucciniano di inserire nel tessuto una quantità di spunti di gusto contemporaneo».

Trittico libretto

Claudio Casini nota invece giustamente nel Trittico un’omogeneità almeno nell’articolazione della materia narrativa:

Puccini però non era artista da concepire uno spettacolo unitario, almeno nelle intenzioni, senza almeno una relazione profonda tra le sue parti. Infatti, in tutti e tre gli atti appare una caratteristica comune, che si potrebbe definire come un meccanismo sostitutivo: contrariamente alle abitudini pucciniane, e malgrado la brevità degli atti, il maggior rilievo tocca agli episodi marginali e ritardanti, che occupano lo spazio normalmente riservato alla linea principale dell’azione.

Per Cesare Orselli l’unità del Trittico è rintracciabile in una sorta di freddo distacco nei confronti delle vicende rappresentate e da una sperimentazione ormai sistematica: «un processo di straniamento, di disaffezione personale alle vicende narrate che si matura appunto con Il tabarro per divenire modo di approccio totale nello Schicchi e Suor Angelica, non a caso composti tutt’e due di seguito e a distanza del primo lavoro, dopo la parentesi della Rondine.».

Cesare Garboli ammonisce con un tono da scomunica chi osi tentare di ricercare un’omogeneità in tre opere che sembrano vivere ognuna in compartimenti stagni:

cercare un ‘sistema’ latente o virtuale nella contiguità di tre opere governate ciascuna dalla propria legge, sarebbe tentazione più infausta di qualunque innocua classifica. Al contrario, più interessante è la verifica opposta. Puccini ha concepito le opere del Trittico come universi completi, minuziosamente rifiniti su capocchie di spillo; opere in miniatura, rimpicciolite; cranietti e visucci di tribù selvagge dove però si distinguono con precisione tutti i lineamenti.

 Ad onta del divieto di Garboli di ricercare un sistema che sovrintenda a «tre universi completi», l’analisi dei libretti evidenzia però un motivo che non solo accomuna e rende omogenee le tre vicende, ma funge anche da motore primo dell’azione. Negli episodi di ciascuna opera del Trittico presenzia infatti una morte anteriore agli eventi rappresentati sulla scena, che influenza in modo determinante il loro corso: la morte del figlio di Michele e Giorgetta nel Tabarro, ancora quella del figlio in Suor Angelica, e quella di un Buoso Donati appena spirato in Gianni Schicchi.

Il Tabarro

Nel Tabarro leggiamo che «e l’anno scorso là in quel nero guscio | eravamo pur tre…c’era il lettuccio | del nostro bimbo…». Basta che Michele lo nomini per sconvolgere Giorgetta, la quale impone dunque al marito di tacere. Ma il ricordo la ossessiona, non la fa dormire dandole un senso di oppressione («… là dentro soffoco…»). Il dramma vissuto ha trasformato l’amore per Michele in profondo affetto, tanto che, presente Luigi, ella esclama «Oh! se Michele, un giorno, abbandonasse | questa logora vita vagabonda!», lasciando così intravvedere uno spiraglio per il restaurarsi dell’intesa con il marito, qualora si allontanino da luoghi che riportano continuamente alla memoria il crudele passato. La tragedia ha inoltre colpito nel profondo anche Michele: «Ero tanto felice!… | Ora che non c’è più, | i miei capelli grigi | mi sembrano un insulto | alla tua gioventù!»  La morte del bimbo ha dunque rotto un incantesimo, originando in Giorgetta un’incontrollabile smania che la conduce sulla strada dell’adulterio, e in Michele la presa di coscienza del suo invecchiamento e della distanza generazionale che lo separa dalla giovane moglie (50 anni lui, 25 lei). Nell’ «insulto alla tua gioventù» vi è, oltre la certezza del tradimento, la rassegnazione a questo e una sorta di avallo, se non sul piano emotivo, su quello di un raziocinio illuminato momentaneamente da un bagliore di fredda lucidità.

Libretto Suor Algelica

Se nel Tabarro non è artatamente posta in rilievo la presenza attiva di un morto, una presenza capace cioè di modificare radicalmente il destino dei vivi, in Suor Angelica e in Gianni Schicchi questa diventa parte integrante della trama. La prima decide di togliersi la vita poiché «m’ha chiamata mio figlio! | Dentro un raggio di stelle | m’è apparso il suo sorriso, | m’ha detto: Mamma, vieni in Paradiso!». Così «un bimbo biondo, tutto bianco …», presenzia al trapasso della madre dando vita alla morte, lui che, paradossalmente, con il nascere, aveva dato un senso di morte alla vita. Alla sua stessa vita, priva dell’amore e dell’affetto materno, e a quella della madre, che non solo ha «veduto e baciato una sola volta» suo figlio, ma ha dovuto subire anche la punizione crudele della vita claustrale per avere macchiato un ‘bianco stemma’.

libretto Gianni Schicchi

La morte di Buoso Donati funge invece da elemento scatenante le vicende che seguiranno: dal piagnisteo ipocrita del parentado al progressivo diffondersi della voce di un testamento tutto a favore dei frati dell’Opera di Santa Reparata e al tentativo maldestro di addomesticare le volontà del defunto. In un certo senso queste, che avevano come punto fermo l’esclusione del parentado dal godimento dell’eredità, vengono rispettate dall’istrionico ‘a solo’ dello Schicchi. Potremmo dire anzi che egli esplicita tutta la perfidia insita in una decisione cui conseguiva «che quando Buoso andava al cimitero, | si sarebbe pianto per davvero!». Agli avidi viene offerto così solo un assaggio, senza farlo seguire dal lauto banchetto costituito dalla casa, dalla mula e dai mulini di Signa. La presenza di Buoso Donati aleggia dunque in tutto lo svolgimento, e immaginiamo il suo assenso alla conclusione del sostituto: «Ditemi voi, signori, | se i quattrini di Buoso | potevano finir meglio di così!»

Parlare di ‘caso Trittico| non sembra così fuori luogo: si è visto come sia Puccini stesso sia la critica abbiano ritenuto improprio quel titolo per l’assenza di elementi comuni alle tre opere. Si può arrivare alla medesima conclusione ribaltando il ragionamento: stabilito che un trittico non ha quell’unità organica di contenuto riscontrata invece in lavori operistici nei quali il meccanismo dell’azione è comunque avviata dalla morte di un personaggio dell’antefatto, Trittico appare nuovamente titolo insoddisfacente.

Possibile peraltro percorrere una terza pista: la modernità del linguaggio accomunerebbe tre opere di carattere assai diverso così come la fede religiosa presiede nel trittico pittorico all’accostamento di figure altrimenti difficilmente relazionabili. Soltanto da questa angolazione il titolo del capolavoro pucciniano si direbbe finalmente centrato.

La morte generatrice di eventi ha delle riverberazioni psicologiche e religiose che dovrebbero appassionare lo studioso pucciniano. Specie constatando che la presenza vitale di una persona deceduta anteriormente allo svolgimento dell’azione scenica non si limita al solo Trittico, ma è addirittura sistematica a partire da Madama Butterfly. Il ricordo e l’esempio paterno determinano e rafforzano in Butterfly la convinzione che «con onor muore chi non può serbar vita con onore».

libretto La Fanciulla del West

Ne La fanciulla del West, Johnson narra egli stesso come sono andate le cose:

Era ladro il mio nome | da quando venni al mondo. | Ma fino a che fu vivo | mio padre, io non sapevo. | Quando, or son sei mesi, | egli morì, soltanto allora appresi! | Sola ricchezza mia, mio solo pane | per la madre e i fratelli, alla dimane, | l’eredità paterna: una masnada | di banditi da strada! L’accettai. | Era quello il destino mio!

Anche Turandot è perfettamente cosciente di come e quanto il suo destino sia legato a vicende di un passato addirittura remoto:

In questa Reggia, or son mill’anni e mille, | un grido disperato risuonò. | E quel grido, del fior della mia stirpe, | qui nell’anima mia si rifugiò! | Principessa Lo – u – ling, | Ava dolce e serena, che regnavi | nel tuo chiuso silenzio, in gioia pura, | e sfidasti inflessibile e sicura | l’aspro dominio, tu rivivi in me!

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