CIO CIO SAN (ultima parte )

Madama-Butterfly 2

Concludiamo l’analisi dei personaggi di Madama Butterfly da parte del musicologo Michele Bianchi con l’ultimo approfondimento su Cio Cio San 

 Durante il “coro muto” «Butterfly si pone innanzi al foro più alto e spiando da esso rimane immobile, rigida come una statua». Tali atteggiamenti da monumento funerario non connotano dunque quella ninna-nanna che tanti immaginano nell’‘a bocca chiusa’. Non è la prima volta che Butterfly si trova in questa posizione attestante una grande tensione interna. Ad esempio, quando nel primo atto Sharpless chiede alla fanciulla notizie del padre, questa «si arresta sorpresa; poi, secco, secco, risponde: Morto!». Non posso che essere dunque nuovamente d’accordo con Garboli, che, si ricorda, ritiene Butterfly «non opera di vita, ma un’opera di morte».

Costume di Sharpless

Costume di Sharpless

Dopo la veglia notturna in spasmodica attesa, Butterfly crolla spossata Solo Suzuki ha compreso appieno la tragedia che sta vivendo Butterfly. «Alla piccina | s’è spento il sol!». Ma, quando ode dal console la proposta per portare via il figlio a Butterfly, neanche Suzuki immagina le conseguenze nefaste di questa operazione: «Nella grande ora, sola! Piangerà tanto tanto!». La morte è richiamata da Butterfly alla vista di Kate, ma prima ancora di capire che ella è la moglie di Pinkerton e che vogliono prenderle il figlio. « No: non ditemi nulla… nulla… forse | potrei cader morta sull’attimo…». Addirittura a Butterfly viene il sospetto che Pinkerton possa anche essere morto. Dopo aver visto Kate, chiede a Suzuki: «Vive?». Solo alla risposta affermativa della cameriera comprende finalmente che «non viene | più!». Ed, in rapidissima successione, intuisce finalmente che Kate è la moglie americana del suo amato e che la sua presenza non può che significare l’abbandono di suo figlio.

Butterfly – (comprendendo, grida:)

Ah! È sua moglie!

(con voce calma)

Tutto è morto per me! Tutto è finito! Ah!

Sharpless – Coraggio.

Butterfly – Voglion prendermi tutto! Il figlio mio!

 

Costume di Kate Pinkerton

Costume di Kate Pinkerton

Si direbbe che solo da questo istante Butterfly torni pienamente se stessa. Ma questo ritorno alla realtà irrompe con insopportabile brutalità per una psiche ormai devastata. Secondo il rituale seguito anche dal padre, Butterfly  si inginocchia davanti all’immagine di Budda: rimane immobile, assorta in doloroso pensiero. […] Va allo stipo e ne leva il velo bianco, che getta attraverso il paravento. Poi prende il coltello che, chiuso in un astuccio di lacca sta appeso alla parete presso il simulacro di Budda; ne bacia religiosamente la lama […]. Si punta il coltello lateralmente alla gola […].

Il mito americano si è dissolto. Sono lontani ed irrimediabilmente perduti i tempi in cui, orgogliosamente, poteva affermare: «[A Sharpless] (Facendo gli onori di casa) Benvenuto in casa | americana», oppure: «La legge giapponese… | non già del mio paese. – Goro – Quale? – Butterfly – Gli Stati Uniti». Che, senza riuscire ad ammetterlo, Butterfly sia sempre stata profondamente giapponese, lo attesta almeno un lapsus al secondo atto, quando chiede al console «Avi, antenati | tutti bene?». L’importanza che questi rivestono nella cultura del paese asiatico non è certo paragonabile a quella americana. La «nuova religione» da lei adottata, il «Dio del signor Pinkerton» ossia «l’americano Iddio» cui si è inchinata, la «chiesetta» sono stati sempre una pia illusione. Il passato non può essere cancellato con un colpo di spugna. Questo è stato l’errore fatale di Butterfly: voler evadere (lei ‘farfalla’, «da spillo trafitta ed in tavola infitta»), farsi cittadina statunitense a tutti gli effetti, e magari pensare ad una residenza futura negli Stati Uniti.

Si parla di fuga psicogena a proposito di quell’errare senza meta, pur di sfuggire a situazioni intollerabili che possono essere esterne, come ambientali insopportabili, o interne, come conflitti incomponibili che dispongono o attestano una dissociazione della coscienza.

Costume di Suzuki

Costume di Suzuki

Come nella futura Suor Angelica, il figlio ha grande funzione nel ritorno in se finale della madre. «S’apre la porta di sinistra e si vede il braccio di Suzuki che spinge il bambino verso la madre. Il bimbo entra correndo con le manine alzate. Butterfly lascia cadere il coltello, si precipita verso il bambino, lo abbraccia e lo bacia quasi a soffocarlo», e si lancia nell’incredibile «Tu, tu, piccolo Iddio!». Se non proprio una confusione, il riferimento all’«alto Paradiso» confermerebbe comunque in Butterfly un dissidio devastante fra religione giapponese e statunitense.

Perlopiù per ragioni giustissime, il turismo sessuale è tutt’oggi all’‘indice’. Ma è pure vero quanto sostiene Pinkerton: «L’amor non uccide». Citate dallo stesso Puccini, anche le fonti letterarie di Madama Butterfly narrano di un fenomeno assurto ormai a costume, e di donne smaliziate, psicologicamente mature per reggere anche gli aspetti più aberranti della colonizzazione. Dunque il suicidio di Butterfly è ingiustificato. O meglio, non è il fallimento del matrimonio con Pinkerton, e neanche l’angosciante allontanamento dal figlio, che determinano il suo infausto gesto. La causa prima è una psicosi debilitante, forse di quelle che Freud definirebbe neuropsicosi da difesa. Esse «esprimono un conflitto tra il desiderio e la difesa, e affondano le loro radici nell’età infantile dei soggetti». Quando si sposa Butterfly ha solamente quindici anni. Ma ha già vissuto l’esperienza tragica del padre, il cui suicidio è stato da lei introiettato, provocandole sconquassi emotivi ed economici.

Costume Sketch di Pinkerton

Costume Sketch di Pinkerton

La «piena cecità» ‘bollata’ da Sharpless permette di definire Butterfly psicotica più che nevrotica, in quanto, a differenza della seconda, la prima perde il senso del reale e dunque non si rende conto dell’insensatezza di certe sue fantasie o di certe sue ansie. Per giustificare il comportamento egoista di Butterfly cui si è accennato, si deve dunque imboccare una strada diversa da quella della morale. Butterfly è ‘malata’, e quello da lei vissuto è simile a ciò che la psichiatria definisce ‘delirio di compensazione’, reattivo ad una situazione vissuta come negativa e/o spiacevole. Karl Jaspers ha introdotto però la distinzione fra idee deliroidi e idee deliranti. A differenza delle seconde, le prime sono comprensibili perché giustificabili dalle oggettive situazioni di esistenza. La morte del padre, il rinnegamento da parte dei parenti e l’abbandono del marito sono indubbiamente il sostrato del disagio psicologico di Butterfly. La condizione di passività, che comporta la sensazione di essere dominati dalla realtà senza poterla determinare, e la condizione di isolamento, che impedisce l’interpretazione sociale comune della realtà, sono per Jervis le principali responsabili della destrutturazione della categoria della familiarità con cui si è soliti trattare le cose come amichevoli o estranee.

La psicosi di Butterfly potrebbe definirsi di tipo reattivo. Esse «insorgono in seguito a un gravissimo trauma di carattere psichico e non organico provocato da eventi esterni, come la psicosi da lutto a seguito della morte di una persona cara».

Dal lutto, che comporta sempre un’identificazione con l’oggetto perduto, si esce attraverso un processo di elaborazione psichica, o ‘lavoro del lutto’ come dice S. Freud, che prevede uno stato di diniego in cui il soggetto rifiuta l’idea che la perdita abbia avuto luogo, uno stadio di accettazione in cui la perdita viene ammessa, e uno stadio di distacco dall’oggetto perduto con reinvestimento su altri oggetti della libido ad esso legata. […] Un blocco nel lavoro del lutto porta alla melanconia, che insorge quando il soggetto sente l’oggetto perduto come una parte ineliminabile di sé da cui non può separarsi se non separandosi da se stesso. In questo caso il dolore del lutto da normale diventa patologico.

Suicidio Madama Butterfly

E il suicidio di Butterfly può essere spiegato con le parole di E. Borgna:

Nella nientificazione improblematica del delirare e dell’allucinazione (in questo c’è una profonda affinità tra i due fenomeni) può accadere che non solo non si abbia una qualche reale significazione terapeutica, ma che si bruci l’ultima disperata ragione di sopravvivenza legata, solo, alla presenza delle esperienze psicotiche.

 

Il legame che lega Butterfly al padre cosi visceralmente da farla morire nello stesso modo e con la stessa spada, rimanda all’‘ereditarietà’, riguardante il substrato organico predisponente a particolari reazioni sollecitate dall’ambiente esterno. La ricerca accelerata da Charles Darwin nella seconda metà dell’Ottocento era ‘di moda’ all’epoca e fu alla base delle elaborazioni naturalistiche e veristiche. La riflessione sull’‘ereditarietà’ è contigua a quella di Henri Bergson, Al tempo cronologico egli contrappone il ‘tempo vissuto’, cioè la continuità della durata vissuta nello scorrere della vita psichica. Il passato non è dunque mai definitivamente liquidato ma sostanzia ogni attimo del presente, soprattutto quello di una mente indebolita e ossessionata da tragedie mai superate. La turbinosa vita psichica di Butterfly si direbbe esemplificazione di concetti (es: inconscio, angoscia, psicosi/nevrosi, sublimazione), che Siegmund Freud elaborava negli anni di gestazione dell’opera pucciniana. Madama Butterfly è dunque una straordinaria sintesi della più alta cultura dei tempi, che spiega non solo la sua attualità ed il suo permanente successo, ma anche la molteplicità delle letture che possono essere fornite da questa problematicissimo capolavoro.

 

 

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