LUCCA, FRA TURISMO DI MASSA E PROGETTI CULTURALI: INTERVISTA A STEFANO RAGGHIANTI

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LUCCA, FRA TURISMO DI MASSA E PROGETTI CULTURALI: INTERVISTA A STEFANO RAGGHIANTI

LUCCA, FRA TURISMO DI MASSA E PROGETTI CULTURALI: INTERVISTA A STEFANO RAGGHIANTI

LUCCA, FRA TURISMO DI MASSA E PROGETTI CULTURALI: INTERVISTA A STEFANO RAGGHIANTI
di Rubina Mendola

A cosa dovrebbero assomigliare oggi le nostre invidiatissime (benché straccione e sempre più in crisi) città d’arte, se non a loro stesse? Per alcuni, a una quinta di scena animata e full-time fatta di pizzerie, camerieri tristi e impazziti, ristorantini all’ammasso e fotocopiati, mini-supermercatini costosi e inservibili, barettini dell’ultima ora, albergatori competitivi, tavolini e seggioline, commercianti, gelatai, giostrai, venditori di bibelots orrendi. L’equilibrio fra tutela e ‘marketing’ di patrimoni artistici e paesaggi urbani della nostre città è uno dei problemi più delicati per le amministrazioni e per tutti quei cittadini che lavorano nel contesto più trasversale della ricettività turistica. Certo, per questi ultimi non si pone la difficoltà di una gestione diretta del problema, ma per ‘vie traverse’ anche loro hanno un posto nel gioco collettivo delle responsabilità rispetto ai danni e agli sfaceli, o dei degradi, che le loro attività potrebbero favorire. Ma l’argomento “turismo di massa” è un affare non meno imbarazzante da trattare nella critica o cronaca culturale, forse a cause delle troppe anime belle e delle molte retoriche e didattiche frou-frou, e luoghi comuni, in cui sono finite per cascare anche le migliori intenzioni. Propositi che si fanno bozzettistici o moralistici, soprattutto quando il tono di voce è quello astratto della reprimenda a pappagallo o professorale da feluca e ciabatte, ripetendo automaticamente quello che “gli addetti ai lavori” più sensibili dicono in televisione o alla radio.
Ed è proprio così che i maîtres à penser passano da condottieri a prede succulente per gli asfaltatori dello status quo, ‘futuristi’ e grossolani, soi-disant modernizzatori dei centri storici per cui “ i tempi sono questi e bisogna adeguarsi” (quando non bonariamente e genuinamente svaccati o barbarici, quanti di questi giudizi e auspici saranno trasparenti e quali magari molto ‘interessati’ e marci? Magari per motivi economici, immobiliari, commerciali?).


Sia come sia, alcune sfilze di “perchè” restano, e fanno ancora impressione, se nessuno, specie chi gestisce le città, sa davvero rispondere se non con rovesciamenti di frittate e giravolte strategiche, dubbi come: perché il valore civico dei monumenti è stato negato a favore del loro potenziale turistico, e quindi economico? perché la “valorizzazione” del patrimonio culturale ha indotto paradossalmente a svalutarlo, a trasfigurare le città storiche al punto di non ritorno del parco giochi tètro, con le cartacce per terra, gestito da tanti Arpagoni usufruttuari (e altro che “vissi d’arte, vissi d’amore”!)? Anche Lucca ormai sperimenta le difficoltà pratiche e le crisi esistenziali di tutte le mete euroopee ‘gettonate’, fra desideri di garbo, bellezza protetta e non contattata dallo svacco e dai “troiai”, e i clip-clap diabolici delle infradito madide poco chic e molto cheap. E persino a Lucca, come altrove, non sembrano esserci esorcisti competenti.
Quindi, in sottofondo niente sfarfallìo di taccuini al vento per schizzi preparatori, o voci da Gran Tour dei primi grandi globetrotter, con Wilde, Francis Bacon, Gide, passando per Samuel Johnson fino a Gobineau e Mark Twain, Franz Liszt, Stendhal, Goethe, Keats o Byron, o signorine aristocratiche con la zia nubile in qualità di chaperon per una Bildung fuori porta, ma zombie assatanati e stralunati, abbastanza mangioni e qualunquisti. Eppure la nostra Lucca (novellina in fatto di overtourism) è ancora in una zona di salvataggio, è un funambolo che al momento non rischia il baratro immediato. Ma per lei, dando un’occhiata in giro e catturando nell’aria la debolezza di idee di chi prende decisioni importanti, sembra pericolosamente vicino l’orizzonte lucroso del disimpegno etico/estetico, favorito magari dalla scelta di guadagni veloci che frutta con pochissimo sforzo: proseguendo su una linea troppo distratta e facilona, magari per rimediare agli sfasci della crisi economica (elemento terroristico e al tempo stesso potente alibi), anche Lucca potrebbe cedere a quel ricatto che ne ridurrebbe l’attrattiva, in quanto percepita come troppo turistica da quei pochi visitatori di qualità per cui l’esperienza del viaggio è il mezzo e non il fine.


Impedire lo scivolone imminente è scelta che richiede un certo coraggio. Invece che ridente cittadina di ‘eventi’ a tempo e di massa, fra l’altro completamente atopici, che potrebbero essere qui come ovunque e che rendono il centro storico uno stadio (Summer Festival) o una tendopoli poco attraente (Comics and Games), Lucca avrebbe tutte le chanches per attestarsi a un livello alto di offerta culturale, sia per il suo posizionamento geografico in Toscana sia per le caratteristiche del paesaggio urbano. E anche perchè essendo ancora un territorio ‘vergine’ da molti punti di vista, è perfetto per lanciarsi in sperimentazioni e costruirsi un’immagine cosmopolita. Per esempio il festival “Puccini e la sua Lucca” è qualcosa di nuovo, il suo respiro diverso è dovuto al fatto che ha costruito un legame quotidiano con la città perchè non si limita a ‘intrattenere’ ma impreziosisce la città offrendo musica ogni giorno a chi la abita o a chi la visita. Complessivamente, Lucca sembra una realtà culturalmente timida, confusa e pasticciona, tra proposte abbastanza provinciali e ambizioni di grandezza al momento solo teoriche. Parlando con l’assessore alla cultura, Stefano Ragghianti, si prova a fare il punto su cosa si è fatto e si vorrà fare, ma l’impressione generale è che un progetto culturale chiaro e stimolante non ci sia e di trovarsi di fronte al ritratto di una Lucca sospesa, luogo di belle speranze e prodigioso che tuttavia non sa “cosa fare da grande” (soprattutto, la parola “turismo” e “turisti” ricorre troppe volte e manca la parola “cittadini” o “lucchesi”, se non evocandola su diretta richiesta. Si tratta di lapsus freudiano, per cui dicendo turisti si intende residenti e viceversa?).


Come mai a differenza di Salisburgo, che è un “brand mozartiano”, Lucca non è ancora un brand pucciniano a pieno titolo?


Credo che il legame Puccini-Lucca fosse più conflittuale di quello Mozart-Salisburgo. Ad ogni modo, fino a vent’anni fa questo valore aggiunto, questa risorsa ‘pucciniana’, non si era vista pienamente o capita fino in fondo. Anche perchè la vocazione turistica di Lucca è recente, e si è sviluppata in maniera indipendente da Puccini. Per molto tempo addirittura credo che si sia pensato che fosse Torre del Lago il luogo natìo di Puccini.
Andrea Colombini, imprenditore culturale fondatore del festival Puccini e la sua Lucca, è stato l’unico a invertire questa analogia unidirenzionale per cui Puccini era ‘cosa’ esclusiva di Torre del Lago. Ha fatto un lavoro molto importante di riconnessione tra Puccini e la città, l’unico, e pare non si stato adeguatamente sostenuto da voi. E il patrocinio da parte del comune è arrivato soltanto ora, dopo molto più di un decennio di attività. Come è possibile che sia arrivato così tardi, che il comune ci abbia messo 17 anni?
Comunque non si tratta di patrocinio solo di riconoscimento formale. C’è anche un piccolo contributo economico, e questo contributo è il secondo che diamo, il primo è stato dato l’anno scorso. Il lavoro di Colombini è stato indubbiamente molto utile nell’aver ideato questa copertura concertistica annuale. Ma sinceramente non so, non credo psia stato l’unico che ha cercato di ‘saldare’ Puccini a Lucca.

Sì, però Colombini ha più volte detto che lo avete ignorato, e indirettamente boicottato, parlando del modo in cui il comune si è sempre disinteressato al lavoro che il suo festival faceva per la città.
Mah… Il comune non è che boicotta, piuttosto sostiene o non sostiene.

Come mai al Festival Puccini e la sua Lucca, un’organizzazione ormai così forte e grande, che vanta 360 eventi all’anno, non viene affidata la gestione del teatro del Giglio? Come succede per esempio in altre città d’Italia in cui ad associazioni importanti viene affidata la gestione di un teatro della città, cosa che peraltro comprta un grandissimo risparmio di tasse e di denaro.
Il Giglio è un’azienda pubblica che ha le sue regole per quanto riguarda la direzione del teatro, quindi eventuali direttori estranei all’amministrazione dovrebbero passare attraverso forme di selezione pubblica.

Lei comunque sarebbe d’accordo?
Sarei d’accordo a valutare questa e tutte le proposte.
Sì, ma uno scenario di questo tipo le sembrerebbe interessante per Lucca?
Non lo so. Andrebbe valutato. Bisognerebbe vedere tanti aspetti e comparare le proposte diverse.

Vorrei chiederle di Via dei Fossi. Un luogo incantevole ma trascurato e fantasmico, una zona grigia non valorizzata in cui nulla ‘accade’ ma che potrebbe essere un’area vivacissima. Quali sono le sue attrattive inespresse, cosa avete in mente di fare in tal senso? Come si immagina questo spazio urbano?
Non certo un luogo di movida, anche perchè ci sono state proteste rispetto a questa possibilità. Diciamo che lo vedo come un bel pezzo di strada con un po’ di arte. Come un luogo di mostre di pittura nel sabato e fine settimana, tanto più che accanto c’è il Lucca Museum. Immagino Lucca viaggiare e svilupparsi su due filoni ideali, quello delle immagini e quello della musica, due ambiti importanti, in cui ritengo che Lucca abbia fatto ottimi percorsi e progressi.

Lucca ha ancora una grave carenza sotto il profilo dell’offerta culturale legata a mostre di risonanza internazionale. Come mai? Città analoghe per dimensioni e per densità di residenti, come per esempio Treviso, si è dimostrata capace di ospitare mostre di grandissimo livello.


Allora, un conto è la produzione di mostre, un conto è ospitarle, anche di livello alto, che però fanno della città soltanto un contenitore: attenzione, questo significa non ‘produrre’ cultura ma ospitarla e basta. L’ultima mostra del Museo della Follia ha portato qui 90.000 persone. Penso che a Lucca serva un soggetto forte che organizzi queste iniziative, e non necessariamente privato. Comunque abbiamo in progetto di rendere Palazzo Guinigi l’aggregatore di circostanze culturali come queste, di mostre internazionali, il palazzo prevede piano terra e tre piani, il secondo piano sarà quello destinato alle esposizioni di grandi mostre. Si tratta di una superficie di 100° mq che richiede la fine della ristrutturazione e una climatizzazione adeguata, che si avvalga di tecnologie sofisticate. Lo spazio sarà disponibile a breve, entro il 2021 saranno ultimati gli allestimenti dal punto di vista edilizio. Lì in più c’è un grande attrattore che è Torre Guinigi, prima del lockdown aveva circa 220 mila persone all’anno.

Però, c’è una cosa che mi ha colpito in questa intervista, nelle sue dichiarazioni: parlando di offerta culturale, di ricezione di questa offerta, ho sentito sempre e soltanto la parola ‘turisti’ e mai ‘cittadini’ o ‘lucchesi’. Tanto che uno potrebbe pensare che Lucca non sia una città, ma una quinta di scena perpetua per turisti, una scenografia ad uso turistico. Voglio dire, esiste un tessuto civile, una cittadinanza attiva, che vive, fa volontariato, paga l’affitto, paga le tasse, lavora, va a scuola qui. Non c’è il rischio di dimenticare che Lucca ha una sua identità e di conseguenza trascurare che innanzitutto l’offerta culturale si progetta per la sua cittadinanza?


Penso di no. Noi rispetto ad altre città non ci siamo sbilanciati a favore della vita dei turisti e a sfavore di quella dei residenti. Penso che Lucca e il suo centro storico abbiano mantenuto una loro funzione indipendente dai turisti, una sua residenza attiva, ripeto: ha subito poco le mutazioni che invece altre città hanno subito a causa dell’effetto turismo, tipo Venezia o Firenze. Siamo effettivamente meno squilibrati. Abbiamo la farmacia, il negozio di scarpe, il fornaio, c’è il calzolaio. Ci sono città in cui in centro storico, per esempio Firenze, se vuoi un chilo di pane non lo trovi…

Il contesto pandemico in cui ci si trova attualmente costringe a un’interrogazione sul modo in sono state gestite le nostre città d’arte, che fino a oggi hanno vissuto e si sono costruite e immaginate solo a misura di turismo. E se improvvisamente il turismo sparisse? Le nostre città sparirebbero insieme a lui?


Come amministrazione penso che dobbiamo impegnarci di più su questo fronte rispetto al passato, in vista di uno scenario che ci attende con molto meno turismo per ancora molto tempo, si parla di turismo di prossimità e non più quello dei grandi movimenti. Dobbiamo lavorare sugli istituti della cultura, più che sugli ‘eventi’. Diminuire il numero degli eventi aumentandone la qualità, e investire su forme culturali preesistenti magari noon del tutto valorizzate… penso a biblioteche, sistema dei musei, rassegne di cinema.