CONSIDERAZIONI SU PUCCINI E IL SUO CREDO

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CONSIDERAZIONI SU PUCCINI E IL SUO CREDO

CONSIDERAZIONI SU PUCCINI E IL SUO CREDO

Da un intervento di Michele Bianchi

Recentemente «La Nazione» ha riportato la notizia che la clinica di Bruxelles in cui morì Puccini è stata demolita per lasciare il posto ad un ‘palazzone’. Stefano Cecchi, Bruxelles cancella l’ultima dimora di Puccini, «La Nazione», 10 marzo 2006, p.5. Pochissimi sanno che il compositore vi morì in grazia di Dio. Nell’immaginario collettivo Puccini rimane non solo il gaudente donnaiolo e cacciatore, ma anche un toscanaccio bestemmiatore. Alcune sue lettere lo certificano: «Caro Fero, dammi notizie del mio caro Torre del Lago. Dimmi se c’è caccia, […] se Cecco pateta è venuto, se si ricorda più dell’uomo serpente (Dio medesimo, ti tronco), […] se c’è caldo, (qui si crepa, Dio zebedeo, credo che peggior moccolo non potevo trovarlo) […]»; A Ferruccio Pagni, 8 settembre 1895, in: MARCHETTI, n.209, p.218; «Dio boffice […], Dio fuoriporta!»; A Giuseppe Puccinelli, 22 dicembre 1898, in: ALDO VALLERONI, Puccini minimo, Priuli e Verlucca, Ivrea 1983, pp.184-6. «Caro Vandini, sino a sabato non mi metteranno l’apparecchio definitivo. Sono sempre nella medesima posizione, è tremendamente orribile, ma devo aver pazienza. I moccoli non mi sono proibiti, però». Ad Alfredo Vandini, 11 marzo 1903, in: GARA, n.305, p.235. Musicologi di valore hanno dunque ratificato la sua estraneità alla religione: Claudio Casini definisce Puccini «agnostico dotato di una notevole dose di superficialità», CLAUDIO CASINI, Puccini, UTET, Torino 1978, p.206.  e dello stesso avviso è Michele Girardi. MICHELE GIRARDI, La rappresentazione musicale dell’atmosfera settecentesca nel second’atto di «Manon Lescaut», in: Esotismo e colore locale nell-opera di Puccini, Atti del I Convegno Internazionale sull’opera di Giacomo Puccini, – Festival Pucciniano, Torre del Lago 1983, a cura di Juergen Maehder, Giardini, Pisa 1985, pp.65-82. Mosco Carner esaspera la problematica, affermando che «l’ateismo di Cavaradossi, come rende noto Don Panichelli nel suo libro, [era] ampiamente condiviso dal compositore». CARNER, p.496. La versione di Don Panichelli non è però così drastica: egli conclude così che Puccini «[…] era in fondo un credente, ma non era un praticante, essendo rimasta in lui quella che S.Paolo chiama una fede morta[…]».PIETRO PANICHELLI, Il pretino di Giacomo Puccini, Nistri Lischi, Pisa 1940, pp.86-8.

Dopo la morte di Puccini Pietro Mascagni, che in giovinezza aveva convissuto con lui a Milano e che dunque doveva ben conoscere le più intime disposizioni del lucchese, confesserà: «Puccini era un buon cattolico». PIETRO MASCAGNI, Epistolario, a cura di Mario Morini, Roberto Iovino ed Alberto Paloscia, vol.II, Libreria Musicale Italiana,Lucca, n.733, pp.117-8. Una testimonianza dell’amico Guido Marotti offre – poi l’immagine di un Puccini sconosciuto ai più, e religioso così come nessuno se lo aspetterebbe: «Suor Angelica era ormai il suo sentimento prevalente, fissato quasi entro una quiete spirituale, in una calma benefica. – Sono ormai al di là, ripeteva spesso, e se sto al di qua, ci sto perché è Iddio che mi ci fa stare!… Un diffuso senso religioso, un’inconscia beatitudine, dal 1917 al giorno della dipartita, si erano via via impossessati di lui e gli hanno reso questi ultimi anni più leggeri. Il suo volto stesso si era trasformato: lo illuminava a volte una bontà radiosa che aveva ceduto il posto alla espressione furba e canzonatrice di un tempo». GUIDO MAROTTI – FERRUCCIO PAGNI, Giacomo Puccini intimo, Vallecchi, Firenze 1926, p.161.

La voce di Puccini consegnata alle sue missive conferma quanto riferito da Marotti. E’ infatti possibile ravvisare non soltanto un bonario intercalare tipico del linguaggio colloquiale, bensì un vero sentito richiamo alla divinità. Anche prima del 1917:

«E giuro a Dio e agli angeli suoi che è l’opera mia più sentita e più sinceramente scritta, e farà inghiottire il verde spurgo ai denigratori d’oggi – vedrai – e presto, Dio è poi giusto!!!»; Ad Antonio Bettolacci, febbraio 1904, in: GARA, n.359, p.264. «Come italiano il mio dovere è di essere per la neutralità e così sono, perché avendo orrore della guerra e amando il mio paese come io faccio, devo pregare Iddio perché lo preservi da questo flagello»; A Sybil Seligman, 23 febbraio 1915, in: VINCENT SELIGMAN, Puccini among friends, Macmillan, London 1938, p.260. «Ora sono nelle mani dei medici e di Dio»; Ad Angelo Magrini, 7 novembre 1924, in: GARA, n.906, p.559. «Caro Angiolino, grazie delle sue buone e affettuose lettere; sono in croce come Gesù. […] Dio mio che orrore![…] Dio mi assista […]» Ad Angelo Magrini, novembre 1924, in: GARA, n.910, p.560.

Avendo assistito il compositore negli ultimi tragici giorni di Bruxelles, il cardinale Clemente Micara conferma poi in prima persona:

«Durante i miei colloqui si era insinuata tuttavia in lui una serena rassegnazione alla volontà divina. […] Recai al maestro ogni conforto religioso ed egli ne fu cosciente e confortato. […] Pio XI […] fu consolato dal pensiero che al suo trapasso Puccini ebbe ogni viatico ed assoluzione per accompagnar quella nobile anima verso il Divino giudizio». RAFFAELE MARCHI, Gli ultimi momenti di Giacomo Puccini, in: «Notiziario filatelico», anno VI, n.2, Febbraio 1966, Lucca, pp.31-2. Come spiega lo stesso Marchi, «nel 1958 il cardinale Clemente Micara concesse ad un redattore dell’«Osservatore della domenica» una intervista rievocando gli ultimi momenti di Giacomo Puccini. Ricopio il contenuto di tale intervista da un ritaglio di giornale (manca l’intestazione) conservato fra le mie carte».

Dell’Estrema Unzione riferisce anche ‘il pretino’ Don Panichelli: «Il germe della fede atavica, unito alla tradizione religiosa dei suoi antenati, non era estinto nei taciti sentimenti e nell’anima buona di Giacomo Puccini. Questo germe si ridestò nella lotta formidabile tra la vita e la morte. […] In quella lotta tremenda nella quale nessuno saprà mai dire che cosa sia passato tra la sua anima e Dio; tra la sua coscienza e la parola del Sacerdote Cattolico che lo assistè fino agli ultimi istanti della sua vita. Ed è molto consolante per noi aver saputo che Giacomo Puccini spirò coi conforti del Cristiano e col simbolo redentore di quella Croce che rende più grande e più completa la gloria della sua tomba». PANICHELLI, p.307. «Erano le sette o le otto del mattino quando Tonio (il fatto me l’ha confermato lui stesso) disse a Papà: – C’è qui in anticamera Monsignor Micara; lo vuoi vedere? Giacomo Puccini – con un cenno del capo ben deciso, risoluto, inequivocabile, e con una volontà di chi è in pieno sentimento e di chi ha la coscienza perfetta di ciò che vuole – rispose immediatamente con un cenno del capo: – Sì. Allora Monsignor Micara si trattenne per alcuni minuti, solo col Grande Maestro. […] ed in quel breve e muto colloquio tra anima e anima dove Dio solo è testimone di questo mistero enorme della vita e della morte, Giacomo Puccini riceveva da un autorevole Ministro Cattolico il Sacramento di riconciliazione che riunisce direttamente l’anima a Dio». PANICHELLI, pp.297-8.

L’accettazione dell’Estrema Unzione è una degna chiusura di un percorso sicuramente non lineare ma in cui è possibile ravvisare la presenza del divino.

Esso informa oltretutto dieci delle dodici opere pucciniane. Con l’eccezione del Tabarro e Turandot (ma qui siamo «al tempo delle favole»), la sistematicità del ruolo giocato dalla religione sembrerebbe però una problematica latente che abbisogna del palcoscenico per proiettarvi tutte le sue sfaccettate complessità.

Puccini riconosceva infatti che ‘il divino’ presiedesse alla sua arte: «Potessi essere un sinfonico puro. Ingannerei il mio tempo e il mio pubblico. Ma io? nacqui tanti anni fa, troppi quasi un secolo… e il Dio santo mi toccò col dito mignolo e mi disse: «Scrivi per il teatro: bada bene – solo per il teatro – e ho seguito il supremo consiglio». Senza data, in: ADAMI, n.179, pp.259-60.

Il «supremo consiglio» di scrivere «solo per il teatro» conferisce dunque un’aura di sacralità che giustificherà l’inflessibilità pucciniana nel non addivenire a qualsivoglia compromesso con la sua coscienza di artista. 

Il 2 giugno, sul Bollettino del Centro Studi Puccini, Michele Girardi replica pubblicamente al mio articolo:

Puccini era credente? Secondo Michele Bianchi ci sarebbero motivi di ritenerlo (si legga l’articolo, pubblicato sul numero di aprile 2006 di «Luccamusica»), tuttavia la premessa non pare centrata, visto che nelle prime righe si legge «Pochissimi sanno che il compositore vi morì [nella clinica di Bruxelles] in grazia di Dio», notizia ampiamente nota, visto che tutte le cronache di allora davano notizia dell’estrema unzione, ricevuta dal Maestro poco prima di morire. Non si capisce quale sia l’intento del breve scritto, se non leggere una sapida lista di bestemmie, diligentemente riportata per attestare che Puccini, da bravo toscano, qualche moccolo lo tirava pure, qualche parere di seconda mano che attesterebbe la sua religiosità (Mascagni e Marotti, testimoni affatto neutrali) e alcune espressioni che stanno nella corda di molti italiani, da «e giuro a Dio» a «grazie a Dio» etc. Quanto al parere del «cardinale» Clemente Micara (ma nel 1924 non lo era ancora, visto che ricevette la porpora nel 1949), che testimonia: «Durante i miei colloqui si era insinuata tuttavia in lui una serena rassegnazione alla volontà divina» ci pare che sia solo l’ennesimo tentativo, senza tema di smentite da parte dell’interessato, per guadagnare un’anima alla propaganda della fede. Non dissimile da quello compiuto in questo articolo, del resto: si leggano i biglietti scritti nelle ultime ore di vita, dove Puccini tutto sembra, meno che rassegnato. Quanto alla conclusione «critica», al rilievo, cioè, che il Divino «informa oltretutto dieci delle dodici opere pucciniane. Con l’eccezione del Tabarro e Turandot (ma qui siamo “al tempo delle favole”), la sistematicità del ruolo giocato dalla religione sembrerebbe dunque una problematica latente che abbisogna del palcoscenico per proiettarvi tutte le sue sfaccettate complessità», si può eccepire che il suddetto elemento (ovvia la conclusione: certo che il palcoscenico serve, eccome!), quantomeno da Tosca e Suor Angelica, esce un po’ malconcio. Per quanto mi riguarda vorrei solo rilevare che mi si fa indebitamente condividere il parere di Claudio Casini che scrive, a proposito dell’atteggiamento di Puccini, «agnostico dotato di una notevole dose di superficialità», mentre mi limito alla constatazione di agnosticismo, parendomi il compositore tra i più sofferti testimoni della propria epoca. MG

A Michele Girardi replicai con mail privata:

Lucca, 5 settembre 2006

Alla cortese attenzione del prof. Michele Girardi

Visitando il sito del Centro Studi Puccini al rientro dalle ferie, nel «Bollettino» ho visto la Sua critica del 2 giugno al mio Giacomo Puccini: un credente, pubblicato sul numero di aprile di «Luccamusica».

La ringrazio per aver considerato la mia sortita degna di precisazioni. Ma queste necessitano puntualizzazioni:

  1. «Luccamusica» non è una rivista per specialisti, ma una magnifica pubblicazione il cui principale intendimento è di offrire a tutti, turisti in primis, la possibilità di verificare la mensile programmazione musicale della città e della sua provincia. Rivolgendomi ad un cenacolo di musicologi, non avrei affermato: «pochissimi sanno che il compositore vi [in una clinica di Bruxelles] morì in grazia di Dio». Ma non ritengo di aver peccato di ridondanza nei confronti dei lettori di «Luccamusica».

Esaltando una credenza non poco diffusa (ma molto significativa), pochi mesi fa un noto conduttore Rai (laureato) affermò addirittura che Puccini è nato a Torre del Lago. Dubito dunque fortemente che il grande pubblico cui indistintamente si rivolge «Luccamusica» sappia quanto da me presentato.

E’ invece da presumere che, effettivamente, per qualche ‘scienziato’ della musicologia e qualche appassionato, la notizia dell’Estrema Unzione ricevuta da Puccini sia «ampiamente nota». Ma sarei comunque curioso di sapere quanti di loro hanno effettivamente letto le «cronache di allora [1924!!!] [che] davano notizia dell’estrema unzione, ricevuta dal Maestro poco prima di morire».

  1. Nel mio articolo non evidenziai che la notizia de «La Nazione» è imprecisa, in quanto sono decenni, e non un anno circa, che la clinica in Avenue de la Couronne in Bruxelles dove morì Puccini è stata demolita.
  2. Non capisco io la Sua affermazione: «Non si capisce quale sia l’intento del breve scritto». Lei mi sembra l’abbia compreso benissimo, e, immodestamente, lo ritengo chiarissimo. Che poi sia discutibile o non condivisibile è altra cosa.
  3. L’articolo non si riduce a «una sapida lista di bestemmie». Se scoop fosse stato cercato, avrei ingigantito la pars costruens e non la destruens. Nell’immaginario collettivo è infatti assodato che Puccini fosse un bestemmiatore (oltre che un donnaiolo ed un cacciatore). Per la ricostruzione della sua complessa psicologia, ritengo comunque interessantissimo notare che bestemmiare anche per scritto sia tutt’altro che usuale.
  4. Lei doveva spiegare perché «Mascagni e Marotti [siano] testimoni affatto neutrali». Tutt’altro che sprovveduti, l’uno e l’altro non avevano comunque un particolare interesse ad affermare la religiosità di Puccini.
  5. Mi risulta che Clemente Micara abbia ricevuto la porpora il 18 febbraio 1946 (e non nel 1949, come Lei afferma). Comunque l’intervista cui mi riferisco è del 1958, e non del 1924, come Lei pensa. E nel 1958 Micara era ineccepibilmente cardinale. La Sua notazione non è dunque ‘centrata’.
  6. Che il mio «sia solo l’ennesimo tentativo […] per guadagnare un’anima alla propaganda della fede» non è vero. Non immagina quanto, sotto civile scorza, sia ‘libero’ dalle sirene di qualsivoglia potere. Ho cercato semplicemente di offrire documenti non facilmente accessibili ai più (attenzione: non agli ‘scienziati’!). Ma sicuramente non intendevo ‘strizzare l’occhio’ alla gerarchia ecclesiale o guadagnarmi con un simile ‘mezzuccio’ la vita eterna
  7. Negli ultimi biglietti Lei afferma che «Puccini tutto sembra, meno che rassegnato». In essi un grande piglio agonistico non mi sembrerebbe però ravvisabile. Es: «Io temo che l’operazione all’ultimo momento vedano che non più compierla [sic] e allora ne dovranno farne un’altra e io ci resto sicuro. Povero me!».

Ribadisco poi che nelle sue ultime lettere Puccini si affida chiaramente a Dio: «Ora sono nelle mani dei medici e di Dio»; «Sono in croce come Gesù! […] Dio mi assista. […] Io sono un po’ scettico e ho l’animo preparato a tutto»; «Io sono pronto a tutto». Un po’ rassegnato, si direbbe. Non mi sembrerebbero comunque «espressioni che stanno nella corda di molti italiani». E non si può dire che siano a servizio della ‘propaganda’ di Micara.

  1. Lei afferma che l’elemento religioso, «quantomeno da Tosca e Suor Angelica, esce un po’ malconcio».

Da un punto di vista meramente quantitativo, 8 (delle 10 opere pucciniane dove compare l’elemento religioso) vince su 2. Tosca chiude però l’opera con un «avanti a Dio!» che intende far ‘piazza pulita’ di tutta la bigotteria e la perfidia terrena. Suor Angelica si chiude invece con un miracolo, che è un vero miracolo, e non un’allucinazione della protagonista, come Lei afferma a p.412 del Suo Giacomo Puccini. L’arte internazionale di un musicista italiano, Marsilio, Venezia 1995. Proprio questo finale illumina la distanza fra la pochezza umana e l’onnipotenza divina, fra la falsa e la vera religione. Anche in queste due opere pucciniane, a uscire «malconcio» è l’elemento religioso come strumento di potere e non la fede in un Dio giusto e misericordioso.

In un’ottica qualitativa, ricordo La fanciulla del West come «dramma d’amore e di redenzione» (una redenzione non generica, ma cristiana). Al proposito, Le indico il mio soporifero articolo: Michele Bianchi, Puccini ‘teologo’. Un dramma d’amore e di redenzione, in: Florilegium Musicae. Studi in onore di Carolyn Gianturco, a cura di Patrizia Radicchi e Michael Burden, I tomo, ETS, Pisa 2004, pp.37-47.

  1. In chiusura Lei afferma: «Per quanto mi riguarda vorrei solo rilevare che mi si fa indebitamente condividere il parere di Claudio Casini che scrive, a proposito dell’atteggiamento di Puccini, “agnostico dotato di una notevole dose di superficialità”, mentre mi limito alla constatazione di agnosticismo, parendomi il compositore tra i più sofferti testimoni della propria epoca».

In un Suo articolo Lei ha scritto: «In questo brano [il Madrigale della Manon] Puccini si è davvero sbizzarrito: basta leggere il testo, zeppo di rime tronche baciate («Piagne Filén | Cuor non hai Clori in sén? | Vé… già… Filén vien men!…»), imperniato su scoperte metafore erotiche, per accorgersi di come la musica composta oltre dieci anni prima per l’Agnus Dei si adatti perfettamente alla situazione dell’opera, costituendo quasi una prova perfetta dell’agnosticismo del musicista nei confronti della religione. Da questo punto di vista è sintomatico che i versi della chiusa del madrigale («No! Clori a zampogna che soave plorò | non disse mai nò! | non disse mai nò!») siano stati trascritti da Puccini su pentagramma come dedica di una fotografia del 1906 a Sybil Seligman. Il suo rapporto con la materia trattata, quindi, pare più che mai lucido, disinibito e ironico». (Michele Girardi, La rappresentazione musicale dell’atmosfera settecentesca nel second’atto di «Manon Lescaut», in: Esotismo e colore locale nell-opera di Puccini, Atti del I Convegno Internazionale sull’opera di Giacomo Puccini, – Festival Pucciniano, Torre del Lago 1983, a cura di Juergen Maehder, Giardini, Pisa 1985, pp.65-82:72.). Nel Suo libro su citato, a p.99, riprende, effettivamente ridimensionato, il medesimo concetto, senza però alcun accenno a particolari ‘sofferenze’.

Non mi sembra dunque di aver ‘forzato’ artatamente il Suo pensiero, assimilandolo a quello dell’intelligentissimo Casini. Non intravedo cioè nella Sua analisi una particolare ‘profondità’ o ‘tormenti’ connessi al presunto agnosticismo di Puccini. Secondo me egli sapeva sicuramente atteggiarsi (era uomo di teatro) ‘ad agnostico’, anche per reazione all’urticante uso di contrabbandare il sacro con il profano. Per l’onestà intellettuale che lo caratterizza, doveva per lui valere davvero il principio: «scherza coi fanti e lascia stare i santi». Mi fa comunque piacere che, dopo essersi fermato ad un «rapporto […] lucido, disinibito ed ironico» con la materia religiosa, Lei, adesso, anche attraverso la deformante lente dell’agnosticismo, ritenga Puccini «tra i più sofferti testimoni della propria epoca».