Dell’arte di suonare il clavicembalo: intervista a Tommaso Nicoli

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Dell’arte di suonare il clavicembalo: intervista a Tommaso Nicoli

Dell’arte di suonare il clavicembalo: intervista a Tommaso Nicoli

di Rubina Mendola

 

Sembra evidente che Tommaso Nicoli* sia un promessa della musica, e assai brillante, dallo sguardo curioso, consapevole e luminoso di chi possiede speranze di costruzione e maturazione miste a un realismo miracolosamente adulto, né  greve né tetro. Perciò, non mancano le ombre più legittime che le insicurezze del futuro contemporaneo  -italiano o internazionale che sarà- sanno fare incombere anche lungo le spalle più giovani di chi ha appena cominciato un percorso; queste sono le ombre di cui è fatto il mondo in cui si trova a formarsi e studiare, quel mondo di adesso che non somiglia per nulla a quello dei suoi amati compositori vissuti molto tempo fa. Queste oscurità non sembrano spaventarlo o decentrarlo, anzi paiono contribuire a fare più complessi e intelligenti i suoi sogni. E a sorprendere più di tutto, considerando l’aria che tira, grazie a mezze calze e innumerevoli palloni gonfiati in giro, è il suo understatement animato però da una non comune buona volontà, e dalla responsabilità nobile verso l’impegno che pare aver preso con se stesso e specialmente con la musica.

*Tommaso Nicoli, classe ’97, nato a Barga (LU). Ha iniziato gli studi clavicembalistici ed organistici sotto la guida del padre. Prosegue gli studi sotto la guida di M° Eliseo Sandretti. Nel 2019 si diploma, con il massimo dei voti e la Lode, al Triennio di Clavicembalo e Tastiere Storiche al Conservatorio “G. Puccini” di La Spezia, sotto la guida del M° Valentino Ermacora. Attualmente frequenta il primo anno del Biennio di Clavicembalo e Tastiere Storiche al Conservatorio A. Boito di Parma, con il  M° Francesco Baroni. Dal 2017 fa parte dell’Ensamble “I Bei Legami” diretti dal M° Pietro Consoloni, con cui si è esibito in qualità di Basso Continuo. Si è perfezionato: all’organo con Erwin Wiersinga, Theo Jellema, Guy Bovet, Ludger Lohmann, Roberto Menichetti ed Umberto Pineschi; al clavicembalo con Christophe Rousset, Marco Mencoboni, Roberto Menichetti ed Andrea Coen. Nel 2019 ha svolto la funzione di Maestro al Cembalo nell’opera “La cambiale di matrimonio” di G. Rossini, diretta dal M° P. Papini al Teatro Pacini di Pescia. Fa parte del coro “Cantores Lucenses” in veste di cantore e organista. Si esibisce inoltre in concerti solistici di clavicembalo e organo.

 

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Come e quando è iniziata la tua passione musicale? Quando hai capito che volevi iniziare a suonare il clavicembalo?

Tutto è cominciato in famiglia, in casa, avevo sei anni. Con mio padre che studiava musica per hobby. Il clavicembalo me lo sono ritrovato fra le mura domestiche, cosa abbastanza rara, ed è stata una fortuna, considerando la mia inclinazione per la musica barocca che avrei scoperto alcuni anni dopo. Ero affascinato dalla musica organistica, da subito. Bach, in particolare, è stata la prima fascinazione musicale, con la Passacaglia in do minore per organo: diventò il mio punto di riferimento, sognando di poterlo suonare, un giorno… e poi quel giorno è arrivato, qualche anno fa. Inizialmente mi sentivo più attratto dall’organo però, che ho studiato fino ai 16 anni. Poi c’è stata la svolta verso il clavicembalo.

Dove hai fatto il conservatorio?

A La Spezia, perché qui a Lucca il clavicembalo non c’è, e nemmeno l’organo. I conservatori come quello di Lucca tendono ad avere un’offerta ridotta, non essendo propriamente statale. Ero il solo studente di clavicembalo, per tre anni.

Come mai?

Perché in Italia è uno strumento poco conosciuto e poco valorizzato, così come la musica barocca. C’è la predominanza della musica lirica che toglie i riflettori al resto. Questo destino non tocca invece a pianoforte o violino, che sono gli strumenti molto più amati dalla cultura di massa.

 

E l’organo? Immagino sia “in ombra” anche lui…

Sì, anche a causa della chiesa, che è un po’ in decadimento culturale, secondo me. I preti non vengono per nulla incontro agli organisti, preferiscono chi suona la chitarra…. che è strano, visto che è abbastanza ‘profano’. Non è certo uno strumento adatto a un contesto sacro.

 

E all’estero?

Lì è molto diverso, ma in Italia fai una fatica incredibile a trovare un lavoro stipendiato da organista. Penso che in tutta la provincia di Lucca non ci sia nessun organista stipendiato, nemmeno quello della cattedrale. Forse gli hanno dato la casa: questo lo fanno anche in Germania, certo, però lì ti pagano anche lo stipendio.

 

Cosa pensi del contesto musicale lucchese?

Ci sono molti eventi. E la risposta del pubblico è molto forte. Credo ci sia una ripetitività però, cioè, tutto gira intorno soltanto a Boccherini e Puccini. L’atmosfera è monotematica, diciamo. Il repertorio barocco è quasi inesistente.

 

Che cosa ti ha attratto del clavicembalo? Cosa ti ha indotto a scegliere questo strumento?

Chi suona il clavicembalo fa una scelta forte, non è uno strumento facile, va cercato, bisogna desiderarlo. Ci sono molti pianisti che a un certo punto della loro carriera fanno il change, passano al clavicembalo, ma il contrario non succede praticamente mai… L’amore per la musica barocca poi contribuisce.

 

Ti piacerebbe studiare all’estero?

Moltissimo, tanto da sperare che dopo aver finito il biennio a Parma potrò partire.

 

Tra i direttori d’orchestra italiani con chi vorresti suonare?

Sicuramente con Ottavio Dantone, dell’Accademia Bizantina, e poi con Christophe Rousset. Vorrei tanto suonare in Francia, Germania e Olanda, è lì che ci sono le migliori occasioni.

 

Quali sono i musicisti di clavicembalo contemporanei più importanti in questo momento?

Quelli della scuola francese. Le classi di clavicembalo delle scuole più importanti sono a Basilea, Parigi. A Basilea c’è Francesco Corti, che ha studiato con Rousset. E poi c’è Bob van Asperen, olandese. Entrambi hanno studiato con Gustav Leonard ma hanno costruito una fortissima personalità interpretativa. Quando li ascolto penso che un giorno vorrei arrivare al loro livello. Ci sono molti musicisti troppo attaccati alla prassi, suonano in modo rigidissimo, e questo annulla ogni emergenza di personalità, di stile proprio. I grandi esecutori sono in definitiva coloro che sanno restituire la musica dei compositori che propongono attraverso l’impronta della loro unica individualità.

 

Che cosa deve trasmettere per te, un grande compositore?

Emozioni: quelle che lo hanno condotto a ideare quella composizione. L’obiettivo è raccontare emotivamente quel percorso. Metterci del proprio…

 

E qual è “il tuo” che provi a mettere quando suoni?

Far emergere, sottotraccia, tutte le sfaccettature della mia personalità, facendole combaciare con il carattere del brano. Ma soprattutto, mettere in risalto il compositore, non me. Deve venire fuori la musica: l’esecutore non deve prevalere mai. Si deve sentire la sua mano, ma una mano che deve essere delicata, che non oscura, che non trasfigura gli intenti originari del compositore. Certamente è difficile entrare in contatto con la sensibilità di un uomo vissuto magari 400 o 500 anni prima, ma è doveroso impegnarsi a farlo. L’elemento di ‘deviazione’ soggettiva esiste, non si può eliminare completamente, però l’idea è tendere a ridurla ai termini minimi.

 

Il percorso del musicista è un percorso difficile?

Moltissimo, è costellato interamente dallo studio e dalla devozione. Il passatempo è un’altra cosa…

 

Qual’ è secondo te la maggior difficoltà nel misurarsi con il clavicembalo?

Il confronto col pianoforte: è uno strumento che ha le dinamiche, piano e forte, appunto, mentre il clavicembalo no. Non ha dinamiche. Quindi bisogna ‘inventarle’, pur non avendole: cercare col ‘tocco’ di ottenere quello che non c’è. Il clavicembalo è uno strumento molto intellettuale. Come diceva Gustave Leonard, anche se non possiede dinamiche ha i colori, e questi vanno restituiti. Qui non c’è il pedale che ti soccorre, come quando suoni il pianoforte… non hai aiuti: tutto quel che fai lo fai con le mani e devi farlo bene. La polifonia rigida richiede che la nota si tenga e bene. E poi sei molto, molto scoperto: col pianoforte l’errore si riesce a camuffare meglio. Un clavicembalista scarso risalta di più e subito rispetto per esempio a un pianista scarso.

 

Cosa ti aspetti dal futuro?

Non lo so, sono ancora in fase di pianificazione. Il mio piano “a” è andare a studiare all’estero, e fare un master magari. E dopo? Non lo so. Sfondare all’estero è difficile, il livello è molto alto e non sempre ci sono posti. Ci vuole fortuna e bravura. Un’altra alternativa potrebbe essere l’insegnamento. Forse prenderò un anno sabbatico per riflettere. Comunque mi sono fissato un tempo massimo entro cui terminare gli studi, 26 o 27 anni. Dopo bisognerà assolutamente combinare qualcosa.

 

Ti piacerebbe restare a Lucca? Viverci, e lavorarci?

Se avessi potuto, se ci fossero state le condizioni, avrei fatto qui tutti i miei studi e immaginato qui i miei progetti futuri. Amo Lucca e sono legatissimo a questa città. Per me è la più bella della Toscana. Questa sua cinta muraria intatta le dona qualcosa di incomparabile al resto. E vorrei rimanere in Italia, questo è sicuro.

 

Vorrei che mi raccontassi come appare il mondo di adesso visto con lo sguardo di un ragazzo di 22 anni.

Un disastro. La piega è brutta, e specialmente per la cultura e per il senso civico. Vedo regressione e non progresso. A volte coi miei coetanei non c’è sempre totale sintonia ma ho avuto la possibilità di costruire delle relazioni affiatate, con amici che stimano il mio lavoro e che mi seguono, nonostante la musica di cui mi occupo non sia “alla moda”, anzi. Per fortuna ho sviluppato nel tempo alcune amicizie preziose, poche ma significative. Ai miei amici, prima di venire a un mio concerto, dico sempre: “però, non venite per me, ma per la musica.”