PUCCINI E LA POLITICA: TRA DISIMPEGNO E AUTORITARISMO

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PUCCINI E LA POLITICA: TRA DISIMPEGNO E AUTORITARISMO

PUCCINI E LA POLITICA: TRA DISIMPEGNO E AUTORITARISMO

Mosco Carner, l’unico che finora abbia tentato di fornirci una più che credibile immagine complessiva del ‘personaggio Puccini’, nota che «nessuno prima o dopo di lui ebbe mai antenne tanto sensibili per le piccole cose della vita della piccola gente, come dimostra nella Bohème, nella Butterfly e nella prima metà di Suor Angelica».1 Ci aspetteremmo dunque un uomo particolarmente impegnato anche in ambito sociale, a difesa di quei ‘deboli’ che con tanta partecipazione ha eternato nel suo teatro musicale. D’altra parte lo stesso Carner più avanti potrebbe sconcertare, quando afferma che Puccini è «un animale politico privo di coscienza sociale».2 Questa apparente contraddizione merita dunque di essere argomentata tentando di rintracciare la fisionomia e le matrici del pensiero politico del compositore.

Nell’immaginario popolareggiante, il ‘cacciatore’ ed il ‘donnaiolo’ Puccini sarebbe istintivamente catalogabile come ‘qualunquista’, termine che invero sarà in voga a partire dagli anni ’40 del Novecento.3  Conferme di questa credenza possono addirittura arrivare da chi conobbe il compositore, come ad esempio Don Panichelli, soprannominato ‘il pretino’ proprio da Puccini:

Fino dai primi di febbraio del 1915, quando ancora l’Italia non era entrata in guerra Giacomo Puccini fu accusato ingiustamente di tendenze germanofile, proprio lui che non si occupò mai di politica, ma si occupò unicamente di un’arte che, volere o no, è internazionale.4

Nato pochi anni prima dell’Unità d’Italia e morto quando il regime fascista stava velocemente decollando, Giacomo Puccini (1858-1924) ha vissuto coscientemente un periodo storico molto movimentato di cui talvolta ha dato nelle sue opere accenni estremamente significativi. E a ben guardare, il ‘disimpegnato’ Puccini ha anche avuto, e vissuto pienamente, rapporti con la sfera politica propriamente detta: quella cioè che ha per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione dello Stato e la direzione della vita pubblica. Cercare di far luce su queste relazioni darà come risultato non solo l’immagine politica dell’ultimo grande operista italiano, ma anche un quadro della vita sociale ed istituzionale che a grandi linee coincide con quella che gli storici hanno definito ‘epoca giolittiana’.

Ha sostanzialmente ragione Giampiero Tintori nel cogliere la complessità di questo periodo e dei rapporti che con esso inevitabilmente intrattenne l’erede riconosciuto di Giuseppe Verdi: 

La cronologia pone l’opera di Puccini in un momento storico particolarmente difficile da definire, almeno per il nostro tempo. Puccini è attivo in un momento chiave della storia dell’umanità. E’ il momento in cui si conclude definitivamente un’era e se ne apre un’altra che non abbiamo ancora compreso. […] Si andava affermando la borghesia che non sapeva guardare al futuro, che non si occupava delle realtà storiche o sociali che la infastidivano e che si cullava in un presente creduto eterno. Al di fuori dei panegirici o delle esecrazioni, Puccini ebbe un merito ignoto ai musicisti suoi coetanei e che nessuno gli potrà mai negare: pur vivendo nella provincialissima Italia comprese, o almeno intuì, che le cose stavano cambiando.5

Anche le parole di Tintori confortano e stimolano l’indagine su come Puccini si radichi nel proprio periodo storico.

Scetticismo del ‘germanofilo’

Una conosciuta esternazione di Giacomo Puccini nei confronti della politica è improntata ad un grande sarcasmo e scetticismo:

Non ti ho telegrafato, perché non voglio sapere di manifesti elettorali et similia. Ho tutta la stima per l’amico Riccioni [sindaco di Viareggio], ma non voglio entrare in giripesca d’elezioni. Io abolirei Camera e deputati, tanto mi sono uggiosi questi eterni fabbricanti di chiacchere. Se comandassi io, tornerei volentieri a «Carlo Dolovio» bon’anima! A Viareggio eleggano Mundo o Felice il bagnino, a me poco importa…6

Puccini già si dimostra insofferente per la democrazia parlamentare ed incline all’autoritarismo. Ritenere che Puccini non si interessasse attivamente di politica, troverebbe una smentita in una precedente lettera al cognato Raffaello Franceschini:

Scopo di questa mia, oltre a darti mie nuove, è una forte e sentita raccomandazione [seguono cinque righe indecifrabili] non perché Matteucci mi abbia fatto qualche cosa, anzi tutt’altro ed è anche un’ottima persona, ma credo fermamente che come deputato non abbia l’influenza necessaria. Tu puoi occuparti di questo affare? Modigliani è appoggiato da Sonnino che è del partito crispino, il solo possibile in Italia per ora. Dovresti occuparti di questa cosa anche [seguono alcune parole indecifrabili]. Scrivimene qualcosa e silenzio con tutti di ciò che ti scrivo. Non far mai il mio nome. Ricordati e scrivimi in proposito.7

Dei suoi trascorsi mazziniani, Francesco Crispi aveva accolto non tanto l’ispirazione democratica quanto l’intransigente unitarismo. Sostenitore della politica di forza sull’esempio di Bismarck dette alla politica estera italiana un indirizzo antifrancese e coloniale (Eritrea e Somalia). Represse i fasci siciliani ed in seguito a ciò sciolse il partito socialista e le organizzazioni sindacali. Rese più oppressiva la sorveglianza sulla stampa e limitò la vita del parlamento. La sconfitta di Adua (1 marzo 1896) determinò la conclusione della sua carriera politica. Confidare nel «partito crispino, il solo possibile in Italia per ora» conferma nuovamente come Puccini abbia una visione autoritaria della politica.

In un’altra lettera Puccini scriverà: «Tu conosci i miei sentimenti e sai anche che benché io sia un germanofilo non ho voluto mai mostrarmi pubblicamente né per una né per l’altra parte […]».8  Un ‘germanofilo’ era all’epoca un ammiratore di Bismark, l’artefice dell’unificazione della Germania. Bismarck si caratterizzò per nazionalismo e spirito autoritario; si oppose anche con la repressione alla progressiva avanzata della socialdemocrazia (partito di indirizzo socialista marxista). Ricordando il Borbone, Crispi ed indirettamente il Bismarck, Puccini ratifica la sua inclinazione all’autoritarismo. E’ dunque assolutamente plausibile il pensiero pucciniano riportato dall’amico viareggino Marotti:

Ch’io sia e sia sempre stato un germanofilo – non nel senso stolto e plebeo che m’hanno voluto attribuire, ma in quello di ammiratore della Germania – è verità sacrosanta. Sono dunque un germanofilo […] in quanto la Germania era lo stato meglio governato, che avrebbe dovuto servire di modello agli altri. Non credo alla democrazia, perché non credo alla possibilità di educare le masse. E’ lo stesso che cavar l’acqua con un cesto!9

Puccini avvertiva dunque l’esigenza di un potere forte che desse un chiaro indirizzo alla politica governativa. Marotti ricorda l’affermazione esplicita di Puccini circa la sua diffidenza per la democrazia parlamentare: «Io sono per lo Stato forte» – era il suo credo fondamentale. «A me sono andati a genio uomini come Depretis, Crispi, Giolitti, perché comandavano e non si facevano comandare».10

Elitarismo antidemocratico e conservatore

D’altra parte tutta l’esistenza del compositore è all’insegna della massima libertà, che può assumere addirittura aspetti libertari.11 Si ricorda che Puccini iniziò la relazione con Elvira Bonturi intorno al 1885, quando essa era ancora coniugata con un altro.  Sposatosi, ‘teorizzerà’ la sua libertà di amare anche alla moglie, e per scritto.12 Per quanto riguarda il lavoro, egli non volle mai avere l’impiego ‘fisso’, per prestigioso che fosse. Rifiutò dunque anche le offerte di diventare direttore di un Conservatorio per paura di perdere la sua libertà.13 Per questa apparente ambivalenza, Puccini è quindi in perfetta sintonia con il ‘pensiero antidemocratico di destra’, sintetizzato dal teorico francese della monarchia Charles Maurras (1868-1952): «L’autorità, in alto; la libertà, in basso». Cioè, «[…] il potere politico “non può” […] negare l’autonomia della società civile, questa “non può” sostituirsi a quello o scardinarne l’autorità».14

Le affermazione di Puccini «non voglio entrare in giripesca d’elezioni»,15 e «non credo alla democrazia, perché non credo alla possibilità di educare le masse!»,16 dichiarano una profonda sfiducia nella sovranità popolare e nei suoi strumenti operativi. Ancora nel 1919 Puccini scriverà: «Non vedo l’ora che sia passato il 16 nov[embre] – per non leggere più sui giornali del merdaio come ben dici tu, delle Elezioni!».17 Sembrano dunque aleggiare anche i derivati teorici di una corrente di pensiero che si afferma negli ultimi decenni dell’’800:

La teoria che afferma la presenza ineliminabile e duratura di una classe politica composta da una minoranza di persone che governa e domina la maggioranza nasce dal riconoscimento dell’esistenza di élites, in questo preciso caso di una élite più propriamente politica. E’ stata formulata per la prima volta in uno specifico momento storico: a cavallo fra il XIX e il XX secolo, agli albori di regimi dalla limitata e contrastata democraticità […] I bersagli della critica di Gaetano Mosca [1858-1941], Vilfredo Pareto [1848-1923] e Roberto Michels [1876-1936], cioè di coloro che sono considerati gli iniziatori e i maggiori teorici della teoria delle élites e della classe politica, furono, da un lato, gli illusi della democrazia, dall’altro, gli utopisti della società senza classi.18

Non sbaglia dunque Leonardo Pinzauti, che inquadra Puccini nell’orbita del conservatorismo: «Il suo, come si è visto in tante circostanze, era il temperamento di un borghese di Lucca, desideroso di ordine, timoroso di agitazioni popolari, tendenzialmente conservatore ancor prima che fosse diventato ricco».19 Pinzauti è preceduto in questo giudizio da Marotti, l’amico viareggino del compositore: «In realtà era conservatore marca … oro […]. Il self made man che dal nulla si è creata una fortuna è quasi sempre conservatore».20 La problematica conservatrice ai tempi di Puccini è, per sommi capi, così delineata:

La verità è che il conservatorismo è un sentimento prima che un’ideologia. […] Ciò che resta costante è il conservatorismo come atteggiamento spirituale, come volontà di difendere l’ordine costituito. […] In Italia […] il conservatorismo liberale, deciso a difendere la Chiesa secondo la formula cavouriana [libera chiesa in libero Stato], ma contrario al potere temporale, continuò ad essere considetaro sinistra dal conservatorismo. clericale e reazionario. Di conseguenza, la sua azione conservatrice invece che nella difesa della tradizione nel suo complesso, ebbe occasione di manifestarsi in quella assai meno importante della proprietà, come avvenne nelle non felici esperienze del 1898.21

Ordine costituito significava anche rispetto per la nobiltà e sopratutto per l’istituto monarchico, che avranno sempre l’ammirazione incondizionata di Giacomo.22

La Grande Guerra

Il 28 luglio 1914, in seguito all’attentato compiuto da studenti bosniaci in cui morirono l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico, e sua moglie, l’Austria dichiarò guerra alla Serbia. Ha così inizio la I guerra mondiale. La Russia appoggiò la Serbia, la Germania le replicò con la dichiarazione di guerra, estendendola poi alla Francia ed al Belgio. Il governo inglese dichiarò così guerra alla Germania e all’Austria, mentre il Giappone si schierò al fianco dell’Intesa (Francia e Gran Bretagna). La portata del conflitto fu evidentemente di carattere mondiale. Essendo la Triplice Alleanza (Italia, Austria e Germania) a carattere difensivo, l’Italia si dichiarò neutrale poiché l’Austria era il paese aggressore e non era stata consultata per l’ultimatum alla Serbia. Neutralisti erano i cattolici, i socialisti ed i liberali giolittiani, mentre favorevoli all’entrata in guerra erano gli interventisti democratici (fra i quali l’autorevole ex socialista Leonida Bissolati), i conservatori (capeggiati da Salandra e Sonnino) i nazionalisti (D’Annunzio) ed i socialisti rivoluzionari capeggiati da Benito Mussolini. Puccini è perfettamente cosciente di quanto sta succedendo e che un simile stato di cose prelude a qualcosa di ancor più catastrofico. Questo sconvolgimento mina la sua sensibilità ed ha dei riflessi sulla sua produzione:

L’attuale stato di cose mi rende nervoso. Almeno che lo stellone d’Italia ci protegga!23

Caro amico che mondo! Tutto è paralizzato. Anche il mio lavoro langue. E pensare che non siamo che all’inizio di questo sfacelo.24

Con questo arenamento credo che starai più a Como che a Milano. Io ho lavorato poco, questa guerra mi distorna.25

E la guerra? Dio mio che orrore e che disagio generale!26

L’orrore della guerra è per Puccini una vera ossessione, che prescinde da logiche di vittoria o sconfitta. La cruda verità è che «vite umane sono sacrificate» in un’artificiale corsa alla morte, che già come processo naturale faceva inorridire il compositore. In questo caso Puccini prende le distanze dalle ideologie conservatrici o nazionalistiche che sin’ora hanno contrassegnato le sue esplicite ammissioni.

But at least we’re not at war; this is a selfish remark to make, I know, but I cannot do otherwise than make it. War is too horrible a thing whatever the results, for whether it be victory or defeat human lives are sacrificed. We live in a terrible world, and I see no sign of this cruel state of things coming to end!27

I follow the phases of the terrible War and wonder when it will finish! It’s a ghastly nightmare for everybody. So much grief, so much suffering, so much inhumanity.28

La sua disposizione d’animo sembrava questa volta perfettamente coincidere con quella di Giolitti, il cui pragmatico buon senso Puccini dimostra più volte di stimare. Puccini nutre fiducia in Giolitti ancora nel 1919: «Caro Riccardo, si bolle e il mondo è schifo. Hai ben ragione di rimanertene fuori, però spero sempre in Giolitti».29

Il neutralismo di Puccini è da lui stesso messo in rapporto anche alla propria indole riservata:

Caro Tito, io non so niente di questo mio rifiuto per la protesta a proposito del bombardamento di Reims. Tu conosci i miei sentimenti e sai anche che benché io sia un germanofilo non ho voluto mai mostrarmi pubblicamente né per una né per l’altra parte deplorando sempre che la guerra sparga i suoi strazi nel mondo e anche perché desidero rimanermene nel mio guscio e nel mio riserbo seguendo la neutralità che il nostro paese s’è imposta.30

Puccini lega quindi i suoi intendimenti personali alle vicende politiche italiane: egli ha affermato il suo diritto alla neutralità già espressa dal re Vittorio Emanuele III e dal governo. Reclama l’ulteriore diritto-dovere di «un artista che deve tenersi del tutto fuori dalla politica».

I’m pleased with what you tell me about English papers saying nice things about me; but you people are more serious-minded and have better sense than the French. With them it is envy which has made them do and say what they have against me. And for what? For a simple denial, for what was, in fact, a sort of declaration of neutrality, since that was how my King and my fellow-countrymen regarded it. Besides, an artist should keep entirely out of politics. At last, that is what I think.31

In una lettera in cui comunica di lavorare al Tabarro, conclude sconsolato: «Ho lavorato all’Houppelande e vien molto bene, peccato sia in un atto solo. Spero finire presto, ma che vale? Se non finisce questa guerra, che cosa se ne fa il mondo della musica?».32

Questo tono è caratteristica comune a molte sue lettere del periodo di guerra. Puccini era toccato in prima persona dalla guerra, poiché il suo unico figlio Antonio era impiegato al fronte.

Tonio is shortly going back to the Front. It has been something to know that he was a long way off considering what is happening.33

[…] Tonio is home on leave, but he’ll soon have to return to duty at the Front. And at this time that is a great anxiety for us, because, as you know, we are in the midst of a big battle. We must place our hopes in Italy’s lucky star, but things are very serious. […] I should be so happy if only this orrible War would come to an and, and believe everybody else feels the same. Let us hope that it will be over soon, and that a little peace and freedom of movement return to the world!34

Pur capace di reagire, Puccini era però fondamentalmente incline alla depressione, specie quando i fatti sembravano dargli ragione:

When will this cursed War be over? It seems to me like a suspension of life!35

And this ghastly War? My God! It is an horrible as it is endless! I cannot stand it much longer!36

[…] this War which goes dragging on and silences every thought which is not connected with it, generates in me that state of inertia which I already possess in great measure.37

Caro Tito, hai ragione, aspettiamo; ma la calma e la fede per ora non ci sono per lavorare. E chi lo può fare? Troppo dolore è nel cuore! […] Ed ora confidiamo nel nostro esercito e nei suoi nuovi capi!38

L’ultima lettera fa riferimento alla più grande delusione patita dall’Italia in guerra. Logorate da combattimenti ed avvilite dal trattamento di Comandi che davano evidenti prove di incapacità, il 24 ottobre 1917 le truppe al fronte furono messe in rotta a Caporetto. Gli Austriaci penetrarono così in Veneto e minacciarono di dilagare anche nella valle padana.

Decisa il 2 dicembre 1917, l’entrata in guerra degli Stati Uniti fu un deciso contributo a favore dell’Intesa. Enormi contingenti di truppe ed il vasto impiego di carri armati condussero i tedeschi a chiedere un armistizio. Sul fronte italiano gli austriaci furono battuti e Vittorio Veneto fu occupato il 30 ottobre 1918. Puccini è eccitato:

A thundering victory! It’s like a dream! To think of this time last year under the nightmare of Caporetto! Long live Italy! And long live the Allies!39

Il 4 novembre entrò in vigore l’armistizio concluso fra Italia ed Austria, che dissolse l’impero asburgico ed aprì le porte alla conferenza di pace del 18 gennaio 1919 a Versailles.

Sospetti di spionaggio

Per Giacomo Puccini la guerra aveva avuto una conseguenza assolutamente spiacevole. I suoi frequenti viaggi in Svizzera per incontrare la baronessa Josephine von Stengel sua amante, aveva fatto ricadere su di lui gravi sospetti di spionaggio.40 Il 5 febbraio 1916 Giacomo Vigliani, Direttore della Pubblica Sicurezza presso il Ministero dell’Interno a Roma, così scrive al Prefetto di Como Carlo Olivieri: «Caro Olivieri, ti presento il maestro Giacomo Puccini, al quale ti prego di voler usare tutte le possibili agevolazioni pel transito alla frontiera. Cordiali saluti».41  Il 25 febbraio dello stesso anno l’Olivieri risponde:

Mio caro Vigliani, nel febbraio u.s. il Comm. d’Atri mi richiese di agevolare al Maestro Puccini il passaggio del confine, per evitargli le noie interminabili per coloro che si recano in Isvizzera, ed io mi affrettai a compiacerlo. Senonché il 9 corrente mi giungeva la lettera seguente dalla Questura di Milano: «Il noto maestro di musica Giacomo Puccini prima della nostra guerra si era obbligato, con un editore viennese, di musicare il libretto La rondine, che in seguito non fu possibile rappresentare. Egli ha poi una amante a Lugano, Villa Quadri a Castansio a nome Josi Von Stengel, che riceverebbe spesso ufficiali austriaci, e che egli va a trovare spesso […]». L’amante del maestro sarebbe una bavarese, rimasta vedova di un ufficiale tedesco, morto in battaglia e domina il Puccini in modo assoluto, tanto da indurlo a non fare mistero dei sentimenti germanofili – mentre mi si assicura che prima della guerra egli era in tutto altro ordine di idee – ciò che comincia a procurargli l’epiteto di ‘tedesco’, in lettere anonime, anche di minaccia, che gli giungono ed a Milano ed a Torre del Lago, ove risiede. […] [Si afferma inoltre:] La Stengel, i cui rapporti con ufficiali tedeschi ed austriaci fanno ritenere eserciti lo spionaggio a nostro danno, […] e questi [Puccini], completamente dominato, come dissi, dell’amante [sic], ben potrebbe, sia pure inconsciamente, agevolarne le pratiche, mi domando se non sia il caso, nel suo stesso interesse, di vietargli di uscire ulteriormente dal Regno. Prima di fare proposta ufficiale in tal senso, ed in relazione a quanto ebbi a scrivere prima d’ora allo egregio Comm. d’Atri, ho creduto bene informarti della cosa, sembrandomi egualmente conforme alle esigenze del servizio di confine, ed al buon nome di quella vera illustrazione artistica che è il Maestro Puccini, impedire che si accentui su di lui la taccia di tedesco, negli eccezionali momenti attuali. Mi tornerà ad ogni modo ben gradito un tuo cenno.42

Il 5 maggio 1916 il Vigliani scrive al Prefetto di Como dott.Olivieri: «[…] poichè non credo possa dubitarsi dei sentimenti di patriottismo del maestro Puccini non mi pare il caso di ostacolare i suoi viaggi in Svizzera».43

Rimangono anche delle Segnalazioni della Missione Britannica riferite dal Comando Supremo dell’Esercito Italiano al dott. Vigliani in data 30 luglio 1916.44 Si forniscono informazioni sullo svizzero Carlo Zimpel, direttore dell’Agenzia d’informazioni G.Dunn e «sospetto di contrabbando e di spionaggio»; sul «professor Puccini», e sull’agente ufficiale tedesco di controllo a Berna capitano Schmitz, che «fa gli acquisti per mezzo del gruppo HIRTER, il quale approfitta dei suoi rapporti coi Commissariati dell’Esercito». Al Comando Supremo dell’Esercito risponde una lettera del Ministero dell’Interno dell’8 agosto 1916 in relazione alla segnalazione di cui sopra:

Poiché […] dalle informazioni fornite dal Prefetto di Lucca e dal R. Console Generale di Lugano non rimasero per nulla confermati gli addebiti elevati a riguardo di lui, né potendosi d’altra parte dubitare sui sentimenti di patriottismo del maestro Puccini, per la circostanze riportate a suo carico, questo Ministero non ritiene, anche per ovvie considerazioni di convenienza, ostacolare i suoi ulteriori  viaggi in Isvizzera.45

Il capo del servizio Informazioni del Comando Supremo Sezione R dell’Esercito scrive il 7 ottobre 1917 al Ministero dell’Interno – Direzione Generale della P.S.:

Con riferimento a precedente corrispondenza ritengo doveroso comunicare a cotesto Ministero la seguente lettera pervenutami dalla Sezione M. di questo Servizio: «Il Sig. Console Generale di Lugano comunica che già altra volta fece notare all’autorità politica l’inopportunità di concedere frequenti visti al passaporto del maestro Giacomo Puccini per recarsi a Lugano, ove ha un intrigo amoroso con donna tedesca, austriaca o germanica. Ciò nonostante i transiti del maestro Puccini continuano, ed il 26 settembre è giunto nuovamente a Lugano con passaporto vistato a Lucca il 25 detto dietro autorizzazione del Commissariato della Emigrazione, in data 24 settembre n.70136.46

Si allega così lettera pervenuta al Comando Supremo dal Reparto Censura Militare Posta Estera, che intercetta e trascrive una lettera del compositore. Sotto il nome di Mucchio Mucchietto Bertolinis, Hotel Europa, Milano, il 24 settembre 1917 Puccini scrive alla Stengel (via Trovano 9 LUGANO):

Mio Mucchietto, FORS mi telegrafa che ha spedito le lettere tue. Ne manco da tempo! Sono in mezzo a mille storie per lo spettacolo di qui. Speriamo sorpassare grandi difficoltà. Aspettavo passaporto, mi telegrafano che c’è nuova legge e deve venire da Roma! Figurati arriverà quando non potrò venire, che rabbia! E io speravo oggi, stasera, lunedì, di essere da te e farti la sorpresa. Tutto al contrario per il nostro amore. Ma è inutile è così, è infame, è ingiusto, è crudele, è vile, è schifoso! Potrei seguitare per ore e ore. Venerdì vado dalla Regina che mi ha mandato a chiamare e Sabato ritornerò qui, se posso venir solo allora vengo per ore solamente arriverò nel pomeriggio per ripartire alle 9 la mattina. Addio tesoro mio ti bacio e ti adoro. tuo Muccino.47

Il censore chiude così la sua informativa: «Nel far presente quanto espone il Sig. Console generale, si prega la S.V. di voler esprimere il superiore avviso in proposito». A questa si risponde il 21 ottobre 1917: «In ordine ai viaggi in Isvizzera del m.o Puccini in questo ministero si riporta a quanto comunicò a codesto Comando con la nota 8 ag.[osto] 1916 n.28457. […] Quindi non apparirebbe giustificato il rifiuto di vidimazione del passaporto proposto dal R. Console generale di Lugano». In merito ad una lettera dell’1 agosto 1918 proveniente da Lugano e destinata a G. Mullini – Torre del Lago controllata dal Reparto Censura Militare Posta Estera di Milano si legge:

La mittente che si firma col solo nome abbreviato di Fosina (Alfonsina?) è l’amante di Giacomo Puccini, l’austriaca B.ssa Von Stengel. Essa si serve del pseudonimo G.Mullini per indicare il destinatario, già sospetto. Gli ordini dati dal Maestro Puccini al portalettere di Torre del Lago (posseduta quasi per intero dal Maestro) non possono far nascere difficoltà di recapito. Nell’intestazione della lettera la mittente chiama anche il destinatario ‘Caro Giacomucci’ e una corrispondenza acclusa dalla Stengel e in cui si chiama il destinatario col titolo di ‘Ill.mo Signor Maestro’ non possono dar luogo a dubbi sul trucco grossolano del nome. La mittente si lamenta col Puccini che dal «Lorini non ho avuto nulla. Sto senza soldi adesso». Questo Lorini è il tedesco Baelz Lorini dimorante a Zurigo e già intermediario tra l’editore di musica Lorenzo Sonzogno di Milano, il Maestro Puccini e l’editore di musica viennese Weinberger per la cosidetta cessione della Rondine, ultima opera del Puccini stesso. Questo Reparto sta occupandosi attivamente di dubbi affari in cui sono implicati personaggi appartenenti al mondo musicale e teatrale. Alle sue indagini sembra aggiungere conferma la presente lettera, da cui si rileva che il Puccini, per aiutare finanziariamente la sua amante, si serve del Baelz Lorini, anziché mandare egli stesso direttamente il denaro. Con ogni probabilità, che Baelz Lorini dovrebbe inviare alla Baronessa von Stengel proverrà dai diritti d’autore della Rondine, per i paesi tedeschi, il che proverebbe, come questo Reparto si propone di dimostrare in un prossimo memoriale, che la Rondine non è stata riscattata dall’editore Sonzogno, ma soltanto presa in rappresentanza per l’Italia e che quindi tra quell’editore e il Weinberger viennese sarebbe continuato e continuerebbe il commercio. Si trattiene la lettera in attesa di istruzioni.48

Dopo un anno e mezzo a Puccini viene negato il permesso di lasciare l’Italia:

Sono veramente desolato! Saranno i nervi scossi di questi giorni passati e poi anche una lettera del Console di Lugano che mi dice cose spiacevoli riguardo alle mie gite e insiste nel negarmi il visto subito per il mio … bene! etc. etc. che le dirò a voce. […] Sono proprio giù giù.49

Sembrano così perdersi anche le tracce della baronessa, che anni dopo sarà ancora ricordata affettuosamente da Puccini in una sua lettera.50

Puccini e il socialismo

Oltre che da una generale destabilizzazione sociale, il dopoguerra è caratterizzato  dalla progressiva ascesa del socialismo. Puccini prende una decisa posizione nei suoi confronti. Prima della Rivoluzione russa del 1917 non troviamo considerazioni pucciniane circa questo fenomeno. Il terrore generato da questo spaventoso rivolgimento contagia anche il compositore. La sua posizione non è assolutamente pregiudiziale bensì motivata da osservazioni in prima persona da cui risultava eclatante  l’insufficienza del sistema socialista alla prova dei fatti.

I got back to Pisa yesterday at four o’clock; it was raining and there was a strike on, which was half a revolution, on account of the high cost of living. Poor Italy! […] I’m just off to Viareggio in the car; I hope they won’t take it away from me, because there are riots there owing to the high cost of living, and it appears that it’s half Bolshevik. We’ll hope for the best.51

Hai sentito delle prese di possesso degli operai delle industrie? L’Italia in fondo, ho sempre pensato e detto: che è un paese agricolo e artistico. Coltiviamo e operiamo. Lasciamo le industrie a chi non ha agricoltura e poca genialità. Ma il governo aiuti l’arte in generale e la coltura dei campi così potremo vivere bene e con meno agitazioni che rovinano tutto.52

A Cento ha trionfato in modo quasi scandaloso il trittico – ma i giornali non li ho letti – hanno scritto? Ma chi vuoi che si occupi ora di queste mignagnore [quisquilie] cogli operai al potere e Mascagni loro padrino?53

Mancano i denari […]. Il direttore (è stato un duello!) parlò d’impossibilità etc. etc. L’orchestra – socialista – non vuole suonare etc etc. Risposi che il socialismo si paga. Aumentino la paga! Mi giurò che non si trattava di spesa.54

In altre lettere Puccini si esprime così:

Mi è piaciuto molto il discorso di Albertini al Senato. Gliele ha dette chiare ai socialisti!55

Il comune socialista tien ben pulita la città! Vedessi che strade colla neve sudicia! Un orrore.56

Come tanti comuni mortali, si fermava a constatare situazioni di fatto e, con tono decisamente ironico, fa questa considerazione: «Presto sloggerò [dalla Torre della Tagliata presso Orbetello], ma mi secca molto andare a Milano. Non sono abituato al mondo nuovo d’Italia e a Milano c’è l’università dei nuovi usi!».57 Nell’«università dei nuovi usi» è possibile intravedere il sommovimento sociale operato dalle forze sociali della sinistra.

Il tabarro

Si è dunque potuto sistematicamente verificare come il pensiero politico di Puccini sia classificabile nell’orbita conservatrice, orientata ad un autoritarismo antidemocratico ma aperta poi al moderatismo liberale e decisamente antisocialista.  John Louis DiGaetani non condividerebbe questa analisi. In una sua recentissima pubblicazione in lingua inglese (2001) si afferma innanzitutto che «the opera [Il tabarro] contains all the elements of a social manifesto».58 Ritenendo che la coscienza sociale dimostrata da Il tabarro sia decisamente insistente nel rilevare le ingiustizie sul lavoro, DiGaetani si spinge anche oltre:

Il Tabarro becomes Marxist only because it reflects the social injustices of European capitalism that Marx himself became so famous for expositing. […] Man, by acting in unison, can control his destiny and bring about a rational, non-exploitative world. Il Tabarro exemplifies only the first half of this pattern of awareness and revolt.59

Non si può essere d’accordo con DiGaetani perché è riduttivo affermare che Il tabarro diventa marxista solo nel riflettere le ingiustizie sociali del capitalismo europeo. Oltretutto il lavoro espletato a bordo del barcone non è neppur lontanamente assimilabile ai metodi della produzione capitalistica. Non è neppur vero che nel Tabarro l’uomo si dimostri capace di pilotare il suo destino. Questo è anzi incombente sull’azione, e non si intravedono vie d’uscita per nessuno. Luigi «s’arrangia sempre», «ed è per questo | che non conclude nulla». Non è un proletario ma un esponente di quello che Engels definirà ‘Lumpenproletariat’ (proletariato ‘degli stracci’ o sottoproletariato). Non sembra quindi avere capacità intellettuali od operative per riscattare la propria condizione. La morte del figlio di Giorgetta e Michele ha creato fra i due un solco difficilmente colmabile. Giorgetta sembrerebbe al più sopportare il marito, che ha ormai acquisito la consapevolezza di essere rifiutato anche per l’incipiente vecchiaia, forse più psicologica che anagrafica.

DiGaetani avanza nella sua analisi appuntando l’attenzione sul monologo di Luigi: «The most direct and obvious Marxist element is Luigi’s first monologue, which does not exist in the play but which the composer insisted upon adding to his operatic version». Nel libretto Luigi ammette a Giorgetta: «[…] non posso | dividerti con lui!…», e continua stravolto:

Folle di gelosia! | Vorrei tenerti stretta come una cosa mia! | Vorrei non più soffrire | Che un altro ti toccasse, e per sottrarne a tutti | il tuo corpo divino, | te lo giuro, non tremo | a vibrare il coltello | e con gocce di sangue | fabbricarti un gioiello!

Questa eccitazione non ha dunque alcuna causa politica più o meno nobile, bensì un torbido retroterra di ristrettezze in primo luogo caratteriali. Ma DiGaetani continua imperterrito:

Il Tabarro has many similarities with Marx’s profound social awareness […]. Puccini remained too shy a man to state his political opinions in public or in his professional corrispondance, but this opera makes clear where his symphaties lie.60

Anche qui DiGaetani deve essere sconfessato, in quanto Luigi, visto erratamente come esponente simbolo del proletariato, non sembra convogliare le simpatie di Puccini e conseguentemente non ne suscita. Come per Giorgetta, la sua massima aspirazione non è l’affermazione della classe lavoratrice, ma una vita tranquilla nel tranquillo sobborgo di Belleville: «ma chi lascia il sobborgo vuol tornare, | e chi ritorna non si può staccare. | C’è là in fondo Parigi che ci grida | con mille voci liete, | il suo fascino immortal!». Con le parole di Giorgetta, Belleville significa: «Al mattino, il lavoro che ci aspetta. | Alla sera i ritorni in comitiva… | Botteghe che s’accendono | di luci e di lusinghe…| Vetture che s’incrociano, | domeniche chiassose, | piccolo gite in due | al Bosco di Boulogne! | Balli all’aperto, intimità amorose!?» Lungi dalla fantasticazione rivoluzionaria, gli orizzonti dichiarati sono quanto più di piccolo-borghese si possa immaginare.

Luigi è un ragazzo in preda a tempeste ormonali venate di gelosia, ma che gira col coltello in tasca e non rifiuta, come ammette egli stesso, il suo uso illecito. Infatti tenta di colpire Michele quando questi lo smaschera. Luigi è un ‘lavativo’, dunque più vicino al delinquentello che opera isolatamente che non al proletario convinto della sua missione, magari da svolgere con i metodi dell’organizzazione rivoluzionaria.61 Se proprio dovessimo fare una graduatoria dei personaggi principali del Tabarro in base alla ‘simpatia’ troveremmo al primo posto proprio quel ‘padrone’ che DiGaetani vorrebbe come aguzzino di Luigi. Il suo tormento, ruminato a lungo ed esploso in chiusura d’opera, è uno stato d’animo che Puccini conosceva bene. Il suo sconfinato bisogno di sentirsi amato e la paura di perdere progressivamente la capacità di amare, connessa a quella d’invecchiare, erano il suo terrore. In Michele egli, mutatis mutandis, sembra ben rispecchiare la sua inconsolabile angoscia. Michele è infatti un personaggio sostanzialmente positivo. E’ un lavoratore che non ha mai fatto mancare il necessario alla famiglia, conosciuto anche dalla moglie come essere «buono, onesto». Non abbandona al suo destino Luigi neanche quando egli ha già deciso di andare a Rouen per trovare un lavoro che non c’è. Il destino ha fiaccato in lui quella capacità reattiva che tutto sommato dimostra sua moglie. La sua linearità di comportamento lo avrebbe indotto senz’altro al suicidio se non fosse intervenuto il black out causato dall’accumulo di angoscia.

Il fascismo

La guerra aveva ingigantito i tratti tipici del capitalismo italiano e lo Stato era costretto a compromessi con i grandi trusts dell’Ilva, dell’Ansaldo e delle grandi banche. Esso divenne più autoritario ma non efficiente. Nonostante il periodo post-bellico avesse avuto anche per l’Inghilterra delle conseguenze negative per circa un decennio ed avesse fatto comprendere che non era più la maggior potenza commerciale del mondo, i suoi standards sociali rimanevano pur sempre di tutt’altra levatura rispetto a quelli dell’Italia. Il ricordo di Londra attesta la differenza fra il tenore di vita di una grande nazione quale l’Inghilterra, incline da secoli ad una politica espansionistica e coloniale, ed una dai piccoli orizzonti e mal governata come l’Italia.

Che paese di ricchezza questo [Inghilterra] in confronto alla nostra povera Italia! Loro sì hanno veramente vinto la guerra. Noi no! Come è ingiusto questo, dopo tanti sagrifici che abbiamo fatto.62

Come rimpiango i giorni di Londra! Qui tutto è marcio, si vive male, senza ordine, senza nessuna protezione statale, dicono che Giolitti farà farà, ma per ora son dolori. Come ho voglia di vivere all’estero!63

Caro Riccardo, si bolle e il mondo è schifo. Hai ben ragione di rimanertene fuori, però spero sempre in Giolitti e pare che i moti furono repressi con mano di ferro e le cose vere si sanno a voce e non dai giornali. Speriamo bene dunque. Ma certo venir qui dopo Londra dove tutto è ordine pulizia educazione è cosa poco simpatica. C’è un’aria di banalità che affligge.64

Life is the very reserve of pleasant in Italy just now: after my visit to London I am more conscious than ever of our misery here! We must hope for the best, but I don’t think I shall ever see the old prosperity return. Curse the War and other things as well, which I won’t mentions to you. I don’t mean by this anything against your country. Let that be clearly understood, though now, as always, Albion has known how to look after her own interests.65

Nelle parole di Puccini si può anche leggere la delusione per la scarsa considerazione degli interessi italiani da parte delle potenze che avevano vinto la guerra. Il gesto eclatante di Orlando e Sonnino che, nell’aprile 1919, abbandonarono in segno di protesta la conferenza di Parigi, contribuì ad infliggere al paese un senso di tremenda delusione. Essa prese corpo intorno al concetto di ‘vittoria mutilata’, il cui simbolo divenne la ‘questione di Fiume’. Proprio il 1919 fu dunque un anno di profonda crisi della società e dello Stato, che alimentò il fermento rivoluzionario. Gli scioperi raggiunsero punte mai toccate in precedenza ed il partito socialista ottenne la maggioranza dei voti nelle elezioni del novembre. Gli industriali e la Confindustria, loro associazione di categoria, rintuzzarono però questa crescita rivoluzionaria che ebbe una decisiva battuta d’arresto con grande sciopero dell’aprile 1920. La carica rivoluzionaria era ancora notevole, ma le forze della conservazione si riorganizzavano.

Benito Mussolini seppe ben cavalcare questo contesto di crisi, e, pur debuttando con lo ‘squadrismo’ nel novembre 1920, seppe poi, estromettendo ufficialmente gli elementi più radicali, accattivarsi gli industriali con aperte professioni di liberismo economico. Il fiancheggiamento di alcuni di loro contribuì decisivamente alla crescita del movimento fascista, che continuò ad avvalersi delle sempre più frequenti vittorie squadristiche, la cui eco risuona in alcune lettere di Puccini: «Italia! Italia! Fascisti – disastri ieri a Spezia una polveriera saltata un’ecatombe – D’Annunzio caduto dalla finestra poi dice farsi terziario. Tasse – cari prezzi. Sudiciume, disordine, cattivo gusto insomma un eldorado di brutture. Turandot? Chi se ne ricorda più?».66 Puccini segue le sue mosse e commenterà: «Quei fascisti come tu saprai vogliono il potere. Vedremo se riusciranno a rimettere questo nostro bello e grande paese in ordine, ma lo temo».67

Il desiderio di ordine del conservatore amante dell’‘uomo forte’ ed il suo profondo antisocialismo portano Puccini a confidare nell’azione dell’energico direttore del «Popolo d’Italia». In caso di fallimento del capo fascista Puccini non scarta l’idea di trasferirsi all’estero, e l’ammirazione per l’Inghilterra sopra professata fa supporre che questa fosse molto di più di una semplice ipotesi.

E Mussolini? Sia quello che ci vuole! Ben venga se svecchierà e darà un po’ di calma al nostro paese!68

Chi sa se Mussolini metterà un po’ d’ordine anche economico? Io lo spero.69

Mussolini? io ho fiducia che si riaffermerà, se fosse il contrario meglio prendere la via dell’estero.70

Il fascista

Piuttosto controverse sono le modalità dell’iscrizione di Puccini al partito fascista: «Gli avevano dato la tessera fascista ad honorem: aveva granitica fede in Benito Mussolini. – E’ più grande di Napoleone, ci disse una sera, perché Napoleone – vedete – non ha avuto tante difficoltà da superare quante ne ha Mussolini».71 Leonardo Pinzauti fa un’analisi dettata dal buon senso assolutamente condivisibile:

Ma immaginare Puccini che si reca alla Federazione fascista di Viareggio per chiedere l’iscrizione al P.N.F. è un dato in contrasto con la sua indole, che non era certo quella di un uomo capace di uscire allo scoperto per questioni del genere: lo avevano dimostrato, del resto (con tutte le polemiche che ne seguirono), la sua germanofilia e il suo neutralismo durante la guerra mondiale, e la sua ritrosia a firmar manifesti. La verità è che la federazione viareggina del P.N.F. fece sapere, intorno alla primavera del 1924, che avrebbe voluto offrirgli la tessera «ad honorem», e Puccini fece di tutto per evitare questa compromissione, anche se in casa la moglie e gli amici gli facevano presente l’imprudenza di un pubblico rifiuto. E così accettò, sempre più perplesso e timoroso, soprattutto dopo il delitto Matteotti; né le sue condizioni di salute, del resto, lo avrebbero messo in condizione di esser più deciso di fronte alle circostanze.72

Pinzauti conclude dunque:

Il «fascismo» di Puccini, dunque, era qualcosa di molto diverso da quel che la propaganda del regime cercò in seguito di far credere. Il suo, come si è visto in tante circostanze, era il temperamento di un borghese di Lucca, desideroso di ordine, timoroso di agitazioni popolari, tendenzialmente conservatore ancor prima che fosse diventato ricco.73

Questa affermazione sembrerebbe essere poi confermata da Marotti, che riporta:

Se non c’è un governo forte, con a capo un uomo dal pugno di ferro, come Bismark una volta in Germania, come Mussolini, adesso in Italia, c’è sempre pericolo che il popolo, il quale non sa intendere la libertà se non sotto forma di licenza, rompa la disciplina e travolga tutto. Ecco perché sono fascista: perché spero che il fascismo realizzi in Italia, per il bene del Paese, il modello statale germanico dell’anteguerra.74

All’occasione Puccini faceva comunque bella mostra della sua adesione, morale più che militante, al partito fascista. Circa una diatriba con Toscanini, si dichiara non solo «amico», ma anche «camerata»: «L’episodio della esclusione dalla prova generale del Nerone fu, te lo confesso, un violento urto alla mia sensibilità e al mio sentimento d’amico e camerata».75 Risulta dunque piuttosto discutibile la conclusione di Enzo Siciliano:

Puccini non era fascista. La propaganda fascista si appropriò di lui. Fu, piuttosto, un italiano del consenso, l’indifferente consenso che costituì la base di maggior consistenza al radicarsi del regime mussoliniano. Egli aveva del fascismo un’idea aberrante ed equivoca: pensava fosse il punto di agglutinamento di una grande Destra. Molti condividevano questo giudizio: di fronte ai fatti pochissimi si ricredettero. Puccini era un uomo d’ordine, sensibile, come ho detto, alla lotta sociale, solo per vie epidermiche. […] Se è una colpa l’essere borghese, Puccini visse questa colpa in modo generico e innocente.76

E’ assai credibile invece quanto riportato da Marotti:

«Io sono per lo Stato forte» – era il suo credo fondamentale. «A me sono andati a genio uomini come Depretis, Crispi, Giolitti, perché comandavano e non si facevano comandare. Ora c’è Mussolini che ha salvato l’Italia dallo sfacelo. L’ho veduto una sola volta, nel novembre del 1923. […] Ero andato da Mussolini per esporgli certe mie idee sul teatro Lirico Nazionale da erigersi in Roma».77

Il senato, e poi la morte

Sin dal 1919 Puccini aveva tentato di diventare senatore:

Per il S.P. vedrai che ire e bastoni sorgeranno, conosco l’ambiente del pentagramma!78

Caro Carlo, andò in vacca per tutti e due – meglio così – Già io penso che bisognerà che uno dei due – crepi perché due della stessa risma non va.79

Se verrà il S.P.- bene ma vorrei esser solo – insieme, mi interessa poco.80

Caduto Nitti come sarà con Giolitti, per l’S.P.? Qui parlano di darmi una decorazione inglese.81

Non sembra casuale che egli lo diventasse cinque anni più tardi e due mesi dopo l’adesione al partito fascista. Questa deve aver evidentemente fatto rapidamente evolvere una situazione che negli anni precedenti non aveva prodotto effetti. Nel settembre 1924, due mesi prima di morire, Puccini ha la sua ultima grande soddisfazione: quella di essere nominato ‘Senatore del Regno’. Raggiunto l’agognato obbiettivo, Puccini viene immediatamente congratulato: «Commosso felice abbraccioti».82 Egli ha ricevuto la nomina a Senatore del Regno, tentando ingenuamente di dissimulare la soddisfazione e di ‘dissacrare’ la prestigiosa onorificenza, che doveva anche essere l’ultima di una gloriosissima serie:

Caro Prete, grazie della tua lettera; è vero, sono entrato nella camera… vitalizia. Se in camera ci fosse un fiore di quelli che vanno bene non sarebbe meglio? Contentiamoci delle soffici poltrone di pelle morta.83

Caro Cappiello, ti ringrazio tanto per il tuo telegramma. Sì, ormai sono dichiarato uomo serio e per di più vecchio!84

Abbracciovi affettuosamente, Giacomo Puccini – Sonatore del Regno.85

L’improvvisa morte di Giacomo Puccini, oltretutto da poco nominato senatore, non poteva non avere contraccolpi nelle sedi istituzionali. Esiste un resoconto stenografico delle sedute alla Camera e al Senato nella tornata del 29 novembre 1924.86 Prendendo la parola, Benito Mussolini dice:

Certo è che nella storia della musica italiana e nella storia dello spirito italiano Giacomo Puccini occupa un posto eminentissimo. Né voglio ricordare in questo momento che alcuni mesi or sono questo insigne musicista chiese la tessera del partito nazionale fascista, volle compiere questo gesto di adesione a un movimento che è discusso, discutibile, ma che è anche l’unica cosa viva che ci sia oggi in Italia.

Da quell’uomo astuto che era, Mussolini non si lascia dunque sfuggire l’occasione per avocare pubblicamente alla causa del fascismo Giacomo Puccini. Già si è detto di questa adesione e di come, più che richiesta, la tessera fu offerta al compositore, conclamata gloria nazionale.

Anche dopo la sua morte, la politica continuò ad interferire con la sua opera, e la prima di Turandot incompiuta è altamente indicativa:

Turandot andò in scena, alla Scala, il 25 aprile 1926 […]. Mussolini avrebbe dovuto essere presente in teatro, dato che si trovava a Milano per celebrare il 21 aprile, natale di Roma. Ma Toscanini, che sarebbe stato schiaffeggiato nel 1931 per essersi rifiutato di dirigere Giovinezza, minacciò di abbandonare il teatro se il Duce avesse insistito per aprire la serata con l’inno fascista. E il Duce si astenne.87

di Michele Bianchi

tratto da Michele Bianchi, Puccini e la politica, in: Il tabarro di Giacomo Puccini. Il Maestro a Pescaglia, Atti della I Giornata Pucciniana, Monsagrati di Pescaglia, Villa Mansi, 15 settembre 2002, a cura di Michele Bianchi, Promolucca/Comune di Pescaglia, Lucca 2003, pp.56-78.

NOTE

1 MOSCO CARNER, Giacomo Puccini. Biografia critica, traduzione di Luisa Pavolini (edizione originale Puccini. A Critical Biography, Gerald Duckworth & Co., London 1958), 19814 (19611), p. 364.

2 CARNER, p.577.

3 Il ‘qualunquismo’ ha «come sostrato comune l’esaltazione dell’individuo e del suo lavoro, la difesa della famiglia e della proprietà e la promozione dell’ordine e della legge». GIANFRANCO PASQUINO, Qualunquismo, in: Dizionario di politica, UTET 1983, pp.922-3. Come vedremo, questi caratteri furono effettivamente non estranei alla personalità pucciniana. «Il movimento dal quale deriva il termine sorse attorno al settimanale «L’uomo qualunque» fondato a Roma nel dicembre 1944 e diretto dal commediografo Guglielmo Giannini». Ibidem.

4 PIETRO PANICHELLI, Il pretino di Giacomo Puccini, Nistri Lischi, Pisa 1940, p.188.

5 GIAMPIERO TINTORI, Prefazione, in: GIUSEPPE PINTORNO, Puccini: 276 lettere inedite, Nuove Edizioni, Milano 1974, pp.10-1.

6 A Ferruccio Pagni, 15 aprile 1898, in: Carteggi Pucciniani, a cura di Eugenio Gara, Ricordi, Milano 1958, n.182, p.159. Nato a Madrid nel 1799, Carlo Ludovico è tratteggiato come «Assolutista non solo per educazione ma per indole». AUGUSTO MANCINI, Storia di Lucca, Lucca, Maria Pacini Fazzi 1981 (Firenze, Sansoni 1950), p.329. Non è da escludere che la citazione di Puccini derivi soprattutto dalla memoria dell’eclatante «esecuzione capitale di cinque ladri avvenuta (1845) in uno stesso giorno, che turbò profondamente tutta la popolazione: il Duca aveva sempre avuto nella ghigliottina la fede reazionaria dello strumento di preservazione sociale per l’esempio terrorizzante. […] Il Duca […] con un manifesto il 21 Luglio 1847 [negò] la legittimità di ogni associazione liberale e [minacciò] vendette e rappresaglie[…]». MANCINI, p.342 e 345.

7 A Raffaello Franceschini, 20 febbraio 1897, in: Puccini com’era, a cura di Arnaldo Marchetti, Curci, Milano 1973, n.212, pp.222-5.

8 A Tito Ricordi, senza data, in: SARTORI, p.306.

9 GUIDO MAROTTI – FERRUCCIO PAGNI, Giacomo Puccini intimo (nei ricordi di due amici), Vallecchi, Firenze 1926, pp.172-3. Vedi: CLAUDIO CASINI, Puccini, UTET, Torino 1978, p.448. Casini commenta così la disincantata affermazione di Puccini circa l’inettitudine dei politici: «A parte il cenno forcaiolo a Carlo Lodovico [di Borbone], ultimo regnante di Lucca (si tratta di un vezzo toscano campanilistico, come il culto fiorentino per l’ultimo granduca, Canapone), Puccini apparteneva ai benpensanti che, sotto l’influsso della Triplice Alleanza, diventarono germanofili e diffidavano della democrazia, come affermò esplicitamente a Guido Marotti, mettendo in un unico fascio Crispi, Bismarck, Mussolini». CASINI, p.448.

10 MAROTTI – PAGNI, p.171. Puccini nutre fiducia in Giolitti ancora nel 1919: «Caro Riccardo, si bolle e il mondo è schifo. Hai ben ragione di rimanertene fuori, però spero sempre in Giolitti». 9 luglio 1920, in: GIACOMO PUCCINI, Lettere a Riccardo Schnabl, a cura di Simonetta Puccini, Emme Edizioni, Milano 1981, n.53, pp.84-5.

11 Si direbbe un’eco degli otto articoli dello statuto del club La Bohème: Vedi: MAROTTI – PAGNI, pp.61-2. In particolare: «art.3 – Il Presidente funge da conciliatore, ma s’incarica d’ostacolare il cassiere nella riscossione delle quote sociali. art.4 – Il cassiere ha facoltà di fuggire con la cassa. art.6 – Sono severamente proibiti tutti i giochi leciti».

12 Ad Elvira, 15 agosto 1915, in: GEORGE R. MAREK, Puccini, Cassell, London 1952, p.92. 

13 Per queste problematiche, vedi: MICHELE BIANCHI, La poetica di Giacomo Puccini. Sull’arte e nell’arte di un drammaturgo, ETS, Pisa 2001, paragrafo 6.11

14 DOMENICO FISICHELLA, Il pensiero antidemocratico di destra, in: Il pensiero politico. Idee teorie dottrine, a cura di Gianfranco Pasquino, volume terzo, UTET, Torino 1999, p.125.

15 A Ferruccio Pagni, 15 aprile 1898, in: GARA, n.182, p.159.

16 MAROTTI – PAGNI, pp.172-3; Vedi: CASINI, p.448.

17 4 novembre 1919, in: CARLO PALADINI, Giacomo Puccini, Vallecchi, Firenze 1961, n.8, pp.124-5.

18 GIANFRANCO PASQUINO, La teoria delle élites, in: Il pensiero politico. Idee teorie dottrine, Ottocento e Novecento, a cura di Alberto Andreatta, Artemio Enzo Baldini, Carlo Dolcini, Gianfranco Pasquino, vol. terzo, tomo secondo, UTET, Torino 1999, pp.347-8.

19 LEONARDO PINZAUTI, Puccini: una vita, Vallecchi, Firenze 1974, pp.169-70.

20  MAROTTI – PAGNI, p.169.

21 PAOLA MARIA ARCARI, Conservatorismo, in: Grande Dizionario Enciclopedico, seconda edizione, UTET, Torino 1958, pp.996-7.

22 Le lettere citate dal professor Lera sono in questo senso un’appropriata conferma. Già gli inizi della carriera di Giacomo sono contrassegnati dalla benevolenza della più alta nobiltà. Carner bene sottolinea queste circostanze assolutamente decisive per il futuro di un Puccini che sembra così predisporsi alle relazioni con questo ceto. «[…] Si sapeva dell’esistenza di una borsa di studio messa a disposizione dalla regina Margherita per studenti di talento provenienti da famiglie povere. Per consiglio della duchessa Caraffa «che mi conosce bene», Albina indirizzò una petizione alla regina, «la madre di tutti i poveri», nella quale, dopo averle opportunamente ricordato che «per cinque generazioni i Puccini sono stati una dinastia di musicisti» ed avere aggiunto di sperare che «se ne avrà la possibilità, Giacomo continuerà la gloriosa tradizione», faceva appello alla regina perché con la sua «immensa generosità venisse in aiuto di una povera madre e di un ragazzo desideroso di farsi strada». […] Dopo un certo tempo, Puccini ebbe assegnata una borsa di studio di 100 lire al mese per un anno». CARNER, p.48. Carner precisa in nota che «non abbiamo potuto trovare l’originale italiano di questa supplica, citata per intero, in inglese, in Immortal Bohèmian. An Intimate Memoir of Giacomo Puccini di Dante Del Fiorentino (Londra 1952); donde abbiamo ritradotto in italiano». Citata anche in: HOWARD GREENFELD, Puccini. A Biography, Putnam’s Sons, New York 1980, p.24, e da qui ripresa in: JOHN LOUIS DiGAETANI, Puccini the Thinker, Peter Lang, New York 2001, p.105. Puccini dal canto suo mostrerà sempre una grande riconoscenza nei confronti della nobiltà, ricordando nella prima pagina delle sue opere molti dei suoi esponenti.

23 Ad Albina Franceschini, 12 agosto 1914, in: MARCHETTI, n.423, p.416.

24 24 agosto 1914, in: SCHNABL, n.19, p.44.

25 A Tito Ricordi, 29 agosto 1914, in: GARA, n.659, p.428.

26 A Tito Ricordi, 27 novembre 1914, in: GARA, n.664, p.430.

27 22 dicembre 1914, in: VINCENT SELIGMAN, Puccini among friends, Macmillan, London 1938, pp.258-9.

28 15 marzo 1915, in: SELIGMAN, pp.260-1.

29 9 luglio 1920, in: SCHNABL, n.53, pp.84-5

30 A Tito Ricordi, senza data, in: SARTORI, p.306. In seguito all’invasione della Francia da parte dei tedeschi, il 4 settembre 1914 Reims fu da loro occupata. Il giorno 13 dovettero ritirarsi in seguito alla sconfitta della Marna (5-9 settembre 1914). La tennero peraltro sotto il tiro delle loro artiglierie, che procurarono danni ingentissimi al suo patrimonio artistico, senza che un’offensiva francese dell’aprile 1917 riuscisse a liberarla dalla morsa

31 24 marzo 1914, in: SELIGMAN, pp.261-2.

32 A Tito Ricordi, 16 dicembre 1915, in: GARA, n.685, p.440.

33 8 giugno 1918, in: SELIGMAN, pp.276-7.

34 18 giugno 1918, in: SELIGMAN, pp.277-8

35 27 aprile 1916, in: SELIGMAN, p.265.

36 1 aprile 1917, in: SELIGMAN, pp.268-9.

37 17 novembre 1916, in: SELIGMAN, pp.266-7.

38 A Tito Ricordi, 15 novembre 1917, in: GARA, n.714, pp.457.

39 5 novembre 1918, in: SELIGMAN, pp.282-3. (presente lettera in originale)

40 Puccini sembra avere avuto anche altri problemi di queto tipo, nientemeno che per una presunta occasionale relazione con Mata Hari. «E ora che il controspionaggio inglese, l’Mi5, ha tolto il segreto dal fascicolo della bella intrigante, un ufficiale ha scoperto che nel letto di Margaretha Geertruida Zelle (il suo vero nome) si coricò anche il Sor Giacomo». BEPPE NELLI, Ricordi a Torre del Lago. Mata Hari e Puccini. Se amore ci fu, accadde a Londra, «La Nazione», 25 gennaio 1999 (fonte Ansa). Puccini avrebbe già conosciuto la danzatrice a Parigi, impegnata «in una danza creata appositamente per lei in Le roi de Lahore di Massenet. […] La prima ebbe luogo il 17 febbraio 1906 […] Massenet, intervenuto alla prima della sua opera, le inviò un caldo biglietto di congratulazioni, mentre Puccini, anch’egli presente, le mandò un bel mazzo di fiori». .RUSSELL WARREN HOWE, Mata Hari, traduzione di Maria Pia Lunati Figurelli (Mata Hari, The true Story, 1996), Mondadori, Milano 1999, p.53-4.

41 Questo documento, come il carteggio che seguirà, si trova in: Archivio Centrale dello Stato di Roma, Cat. Permanenti A 1, Busta 25, 1918, fascicolo 30. Un’indicazione della presenza di questo carteggio è in: LEA CUFFARO, Risultati della indagine sulle fonti documentarie effettuata dall’amministrazione archivistica, in: Giacomo Puccini. L’uomo, il musicista, il panorama europeo, Atti del Convegno internazionale di studi su Giacomo Puccini nel 70° anniversario della morte (Lucca, 25-29 novembre 1994), a cura di Gabriella Biagi Ravenni e Carolyn Gianturco, Libreria Musicale Italiana, Lucca 1997, pp.317-27.

42 In una ‘riservata’ del 25 aprile 1916 (Real Prefettura di Milano, n.3698) il Commissario Civile Frigerio scrive al Ministero dell’Interno (Direzione Generale P.S. Roma, prot.15849-91): «Sui singoli addebiti ho voluto assumere precise informazioni, attingendole anche presso la Prefettura di Lucca giacché, com’è noto, il maestro risiede buona parte dell’anno in una villa di sua proprietà a Torre del Lago. Il Prefetto di Lucca, dopo aver escluso che il Puccini durante la sua residenza a Torre del Lago abbia manifestato sentimenti tedescofili aggiunge: «[…] Mi si afferma altresì, che molto tempo prima della dichiarazione di guerra, egli abbia acquistato per 50000 lire di rendita ungherese dietro suggerimento del suo agente di cambio che gli propose l’acquisto unicamente come un ottimo impiego di denaro per quel tempo. Mi consta anche che in occasione della rappresentazione della Tosca a Parigi […] il Maestro Puccini inviò un telegramma al Comitato inneggiante alla vittoria delle armi delle Potenze Alleate». […] Ragioni di prudenza consiglierebbero il ritiro del passaporto al maestro Puccini; ma trattandosi di persona in posizione così elevata credo opportuno informare prima codesto On.  Ministero per eventuali istruzioni».

43 Ministero dell’Interno, prot.15253. In data 23 luglio 1917, il sindaco di Viareggio Cesare Riccioni scrive al dott. Vigliani: «Caro Commendatore, ci siamo! L’amico desidera ritornare là. Essendo ancora indeciso sulla via da prendere, vorrebbe compiacergli di fare una duplice lettera? (via Como – san Giovanni o Chiasso.) E per qui, che c’è di nuovo? E’ vero del trasferimento del Ferrara? Tanti saluti cordiali». In calce alla lettera, si legge una calligrafia inconfondibile: «Tanti ringraziamenti e cordiali saluti. Giacomo Puccini». Subito il 25 luglio il Vigliani esegue: «Caro cavaliere, le rimetto  [..] le due lettere richieste e ricambio cordialmente a Lei ed all’illustre Maestro i migliori saluti». Il Vigliani scrive dunque il 25 luglio 1916 al Commissario di Pubblica Sicurezza di Chiasso e di Como: «La prego di volere usare la latore della presente, il maestro Giacomo Puccini, le possibili agevolazioni pel transito della frontiera».

44 Protocollo n.17145 Uff. Inf. Sez. 4a. 

45 Prot. n. 28457.

46 n.13297 protocollo Riservatissimo.

47 Reparto Censura Militare Posta Estera, censore n.54, 3026/6997, corrispondenza del 24 settembre 1917.

48 Censore n.40, racc. 936, 15597. Quanto riportato è interessante e merita dunque approfondimenti futuri. Una nota del Capo del Servizio Informazioni del Comando Supremo del Regio Esercito Italiano (12 agosto 1918, prot. 1383/CS) trasmesso al Ministero dell’Interno esplicita «che la lettera è stata fatta inoltrare per potere seguire il corso di future eventuali corrispondenze».

49  A Giovacchino Forzano, 8 ottobre 1917, in: MARCHETTI, n.447, pp.443-4. La ‘prima’ italiana della Rondine non era andata bene.

50 «Il Marienbad Hotel ricordami primo rendez vous con Josi! Bei tempi». 17 agosto 1924, in: SCHNABL, n.135, pp.242-3.

51 7 luglio 1919, in: SELIGMAN, pp.302-3.

52 Settembre 1920, in: SCHNABL, n.58, pp.92-3.

53 25 settembre 1920, in: PALADINI, n.33, p.147.

54 30 gennaio 1921, in: SCHNABL, n.71, p.119-20. Difficoltà burocratiche per le prove del Trittico allo Stadttheater di Amburgo comunicate dallo Schnabl a Puccini.

55 A Renato Simoni, 21 giugno 1921, in: GARA, n.804, p.509. Puccini si riferisce al senatore Luigi Albertini, autorevole esponente del partito liberale, per oltre vent’anni direttore del «Corriere della Sera».

56 21 gennaio 1922, in: SCHNABL, n.92, p.160. Anche: SARTORI, p.333.

57 25 dicembre 1920, in: SCHNABL, n.67, p.112. Anche: SARTORI, p.333.

58 JOHN LOUIS DiGAETANI, Puccini the Thinker. The Composer’s Intellectual and Dramatic Development, second edition, Peter Lang Publishing, New York 2001, p.139-40.

59 Ibidem.

60 DiGAETANI, p.147.

61 DiGAETANI, p.148.

62 A Giulia Manfredi, 18 giugno 1920, in: PINTORNO, n.231, pp.190-1.

63 A Gilda Dalla Rizza, 5 luglio 1920, in: GARA, n.768, pp.491-2.

64 9 luglio 1920, in: SCHNABL, n.53, pp.84-5. In nota si legge che «si riferisce ai moti di Ancona e di altre città italiane, scoppiati a fine giugno 1920».

65 15 luglio 1920, in: SELIGMAN, pp.309-10.

66 Senza data, in: CLAUDIO SARTORI, Puccini, Milano, Nuova Accademia 1958, p.333. Nel 1857 La Spezia diventa sede del primo dipartimento militare marittimo e del comando dell’alto Tirreno. Nel 1869 viene costruito l’arsenale militare, che favorì un grande sviluppo industriale e commerciale.

67 Ottobre 1922, in: SCHNABL, n.113, pp.200-1.

68 30 ottobre 1922, in: ADAMI, n.204, pp.279-80.

69 1 novembre 1923, in: ADAMI, n.34, p.82.

70 SARTORI, p.334. Fiamma Nicolodi afferma: «All’indomani del discorso di Mussolini del 3 novembre 1922, «Puccini – e sarebbe rimasto l’unico della sua categoria – non esitava comunque a unire la propria voce a quella di altri esponenti del mondo politico e culturale italiano per manifestare la propria adesione alla marcia su Roma e offrire voti augurali al nuovo capo del governo». FIAMMA NICOLODI, Musica e musicisti nel ventennio fascista, Fiesole, Discanto 1984, p.36. La Nicolodi cita: G.A. CHIURGO, Storia della rivoluzione fascista, vol.V (1922), Firenze, Vallecchi 1929, p.273. Si riferisce qui del messaggio di auguri di Puccini a Mussolini.

71 MAROTTI, p.170.

72 PINZAUTI, p.169.

73 PINZAUTI, pp.169-70.

74 MAROTTI, pp.172-3. Vedi: CASINI, p.448, già cit.

75 Ad Arturo Toscanini, 4 agosto 1924, in: GARA. «In occasione delle elezioni politiche [25 ottobre 1919, Toscanini] entrò nella prima lista fascista costituita a Milano da Benito Mussolini. Troviamo i particolari sui Taccuini di Marinetti che, reduce dall’esperienza esaltante e sanguinosa della guerra, legava ormai le sue speranze futuriste al fascismo: «formazione laboriosa della lista. Uno propone Toscanini. Accolgo l’idea con simpatia. Votazione Mussolini si astiene. Io voto per la candidatura Toscanini. […] Assemblea numerosa. C’è Toscanini. […] Applausi a Mussolini a Toscanini. Entusiasmo dei fascisti. […] Tutta la lista è acclamata […]». La lista non ottenne alcun seggio, mentre il Partito socialista si affermava in modo nettissimo, seguito dal Partito popolare. Mussolini e Marinetti furono tradotti in carcere per detenzione di armi». GUSTAVO MARCHESI, Toscanini, Torino, UTET 1993, p.114 e 118. «La tournée americana del 1920-21 fu dunque un avvenimento di cultura e una vittoria morale. […] Il suo [di Toscanini] orientamento politico subiva un’evidente trasformazione, alla quale forse non si può ritenere estraneo il ripreso contatto con gli ambienti americani: il distacco dal fascismo della prima ora e l’avversione all’ascesa del partito di Mussolini». MARCHESI, p.133.

76 ENZO SICILIANO, Puccini, Rizzoli, Milano 1976, pp.341-2.

77 MAROTTI, p.171. Pinzauti precisa che l’incontro era dovuto al progetto di Puccini «di trasformare le leggi sul diritto di autore, in modo da creare un fondo nazionale per la musica continuando a riscuotere le quote anche dopo l’estinzione dei diritti privati sulle opere. Ne aveva parlato con Roberto Forges Davanzati, un giornalista fascista proveniente dal nazionalismo, e questi gli propose di presentarlo a Mussolini per un colloquio sull’argomento. […] Puccini non ebbe tempo di esporre il suo progetto sul diritto di autore, e quando fece la proposta di un teatro di stato si sentì rispondere che il governo non era in grado di spendere e che d’altra parte una iniziativa del genere avrebbe dovuto esser degna del nome di Roma». PINZAUTI, p.171.

78 21 ottobre 1919, in: PALADINI, n.5, p.122. Il primo accenno al Senatus Populusque si ha in una lettera di due mesi precedente: «Per l’S.p.q.r.. Tu ci spe[ri]? grazie». 31 agosto 1919, in: PALADINI, n.2, p.118. Poco prima, Puccini scrive: «[…] e anche mi dirai delle chiacchere della sala al telegrafo a proposito della papalità». 14 ottobre 1919, in: PALADINI, n.4, pp.120-1.

79 16 giugno 1921, in: PALADINI, n.45, p.159. In nota si legge: «L’8 giugno 1921 era avvenuta una nuova infornata di senatori e né il Puccini né il Mascagni vi erano stati compresi».

80 5 giugno 1920, in: PALADINI, n.22, p.136.

81 13 giugno 1920, in: PALADINI, n.23, p.137.

82 Settembre 1924, in: SCHNABL, n.137, p.244.

83 Settembre 1924, in: ANTONIO MANNOSI, Puccini a tu per tu, Pisa, Giardini.

84 A Leonetto Cappiello, 3 ottobre 1924, in: SIMONETTA PUCCINI, I pittori di mio nonno, in: Puccini e i pittori, a cura di Simonetta Puccini, Milano, Museo Teatrale alla Scala – Istituto di studi Pucciniani, Milano 1982, p.56.

85 8 ottobre 1924, in: Giuseppe Adami, senza data, in: GIACOMO PUCCINI, Epistolario, a cura di Giuseppe Adami, Mondadori, Milano 1928, n.235, pp.298-300.

86 In: Giacomo Puccini. Lucca al suo glorioso figlio nel trigesimo della morte, Numero Unico, 29 dicembre 1924, a cura del Comune di Lucca, Tipografia Rinascenza Italica, p.8.

87 CASINI, p.455. Sull’episodio occorso al direttore d’orchestra nel 1931 a Bologna, vedi: MARCHESI, p.164-8.